Le coalizioni sono in crisi. Draghi non cede sulle armi

Mag 5, 2022

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    Poco più di tre mesi e le due coalizioni che sostengono il governo di Mario Draghi sono finite terremotate. Il primo strappo ha lacerato soprattutto il centrodestra, compromettendo il già difficile rapporto tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il secondo, invece, proprio in questi giorni ha pesantemente incrinato l’asse tra Pd e M5s, con Giuseppe Conte che ormai da 48 ore strizza l’occhio al suo personale Papeete. Non si spiega altrimenti un ex premier e leader di maggioranza che nel giro di due giorni accusa il «suo» presidente del Consiglio prima di «ricatto» (sul termovalorizzatore di Roma) e poi ) di «rappresaglia» (sul no al Superbonus). Così, ci sta che a Palazzo Chigi siano più che convinti che Conte sia ormai entrato in modalità-campagna elettorale. D’altra parte, la richiesta a Draghi di riferire alle Camere sulle armi è alquanto pretestuosa. Il voto del Parlamento dello scorso primo marzo (peraltro a larghissima maggioranza) fornisce infatti al governo un ombrello politico e giuridico fino al 31 dicembre. E in quell’occasione il M5s – così come la Lega di un Salvini anche lui oggi dubbioso – si espresse convintamente a favore dell’invio di armi a Kiev. Passati due mesi, però, l’autoproclamato avvocato del popolo ha scoperto che battere la via dello scetticismo è utile a raccogliere qualche consenso in più nei sondaggi. Così, prima ha iniziato a dissertare sulla differenza tra armi letali e no, come se al ministero della Difesa fossero indecisi se mandare cerbottane o missili anticarro. E poi, non contento, ha aperto il dibattito filosofico sugli armamenti difensivi e quelli offensivi, dicendosi contrario all’invio di carri armati. Nessuno, evidentemente, deve avergli spiegato che in Ucraina è in corso un’invasione militare di terra e che un blindato può essere determinante proprio per difendersi dall’avanzata dei carri armati sovietici. Di questi e altri interrogativi, dunque, dovrebbe «rispondere Draghi». Che – chiede Conte e a ruota il capogruppo grillino alla Camera Davide Crippa – deve «riferire in Parlamento». La verità è che si gioca sul cavillo. E su quelli che sono obblighi di legge già codificati, visto che proprio il provvedimento approvato il primo marzo impone di tenere «costantemente informato il Parlamento». Conte, insomma, sa che prima o poi Draghi in aula ci andrà. E anche se lo farà perché rientra nelle già previste «comunicazioni trimestrali» è pronto a rivendersi la cosa come un suo grande successo. Nella sua richiesta, insomma, c’è poca politica e molta propaganda. E che l’ex premier voglia solo alzare la tensione in chiave elettorale, lo pensa non soltanto Draghi ma – a microfoni spenti – lo ripetono ministri di quasi tutti i partiti. Mariastella Gelmini fa un passo in più. «Rispetto al tema delle armi – spiega a SkyTg24 il titolare degli Affari regionali – ricordo a Conte che una cosa è governare un Paese in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, un’altra sono le campagne elettorali». «Sia M5s che Lega hanno votato la risoluzione che impegna il governo a sostenere militarmente l’Ucraina. Serve coerenza e rispetto per un voto che è stato espresso qualche settimana fa», gli fa eco il ministro per il Sud, Mara Carfagna. Conte ha invece deciso di giocare sull’equivoco. E continua a battere sulla richiesta di avere Draghi in Parlamento nonostante – lo ha ribadito ieri alla Camera il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulé – la natura dei decreti interministeriali resti la stessa. Sul terzo sono da giorni al lavoro Difesa, Economia ed Esteri e dovrebbe arrivare al più tardi la prossima settimana, anche se la tempistica è comunque legata ai nostri partner europei. Qualcosa in proposito potrebbe dire oggi il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, atteso per un’audizione nelle commissioni riunite di Camera e Senato. Draghi, invece, potrebbe riferire in Parlamento dopo il suo viaggio a Washington, nelle prossime settimane. Ma – come già stabilito dal decreto – si tratterebbe di una semplice informativa, prevista a cadenza trimestrale fino al 31 dicembre. E per la quale non è previsto alcun voto. A


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