Le contraddizioni dell’accusatore di Morisi. Dalla droga alla fuga, quello che non torna

Ott 1, 2021

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    Non tornano molte cose nel racconto di Petre R., il ventenne romeno che accusa lo spin doctor di Matteo Salvini, Luca Morisi, di avergli ceduto quella bottiglietta di presunta «droga dello stupro» che ha fatto scattare l’indagine dei carabinieri. A partire dal fatto che ai tre quotidiani a cui ha rilasciato interviste, ovvero Corriere, la Repubblica e La Stampa dice di trovarsi in Romania quando le foto sul suo profilo Facebook lo localizzano a Dubai mentre posa in intimo Dior o con magliette Gucci, in piscina in un grand hotel e al volante di un’auto di lusso. Ai tre giornali dice di aver bisogno di soldi, allora come può permettersi un viaggio negli Emirati arabi e passioni tanto costose?

    Nelle tre diverse interviste dà oltretutto tre versioni completamente diverse sull’accaduto. Su La Stampa Petre chiarisce: «Ho una figlia piccola. Mia madre è stata ricoverata in ospedale. Era un periodo davvero di merda, non l’avrei mai fatto altrimenti. Avevo bisogno di soldi».

    E allora racconta che da Morisi lui e l’amico avevano pattuito un compenso. «Quattromila euro da dividere in due – prosegue -. Il mio amico ha ricevuto un bonifico di 2.500 euro sul suo conto. Me ne ha dati 500 e siamo partiti. Da Milano a Belfiore in auto». Su Repubblica cambia versione e parla di un debito che l’amico avrebbe avuto con lui legato a un contratto telefonico, quindi al Corriere di 1.500 euro però mai ricevuti a causa della carta di credito bloccata del social media manager di Salvini. Ai tre quotidiani Petre dice inoltre di aver accusato a causa della troppa droga assunta.

    Il racconto si fa confuso: «Quella notte – chiarisce – la droga mi ha preso malissimo, non mi era mai successa una cosa del genere. Mi sembrava di impazzire. Era un delirio. A un certo punto volevo andarmene, ma gli amici che erano lì con me mi hanno detto di restare. Ho provato a resistere. E poi non ce l’ho più fatta e sono scappato lungo strada, fuori mi hanno visto mentre me ne andavo a piedi. Ma mi hanno inseguito e preso. Volevo scappare, sono tornato. Più tardi, quando siamo ripartiti in auto, sono io che ho telefonato ai carabinieri». Invece un vicino di casa di Morisi assicura di aver chiamato lui i militari a causa della confusione che sentiva. Quanto alla bottiglietta contenente la presunta droga, il giovane prima dice di averla trovata in auto, quindi nello zaino al momento in cui sarebbe stato rincorso dagli altri due, mentre cercava acqua da bere. Prima dice di essere fuggito a piedi, poi spunta l’auto.

    L’avvocato di Morisi, Fabio Pinelli, parla poi di un quarto uomo indagato, ma il romeno smentisce. Quanto alla cocaina trovata, i carabinieri hanno sequestrato in casa dell’ex social media manager 0.31 grammi di stupefacente nascosto in un libro e trovato residui in un piatto. Petre, ora «indagato per violazione dell’articolo 73 della legge sugli stupefacenti», è stato lui a indicare ai carabinieri dove si trovasse. Perché puntare il dito contro Morisi e contraddirsi di continuo?

    A far luce saranno gli inquirenti che indagano. Tutto il resto sono storie (private) da camera da letto.


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