Le “onorevoli” pensioni non avvicinano le urne

Nov 18, 2021

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    Non sarà una pensione (tra decenni) ad avvicinare il voto, e a liberare le mani dei leader politici sul Quirinale.

    A gettare scompiglio nel Palazzo, ieri, è stato uno scoop del Corriere della Sera che annunciava come quello indicato (un po’ superficialmente) come il più grande macigno sulla strada di eventuali elezioni premature fosse in via di superamento: «I parlamentari avranno la pensione anche se arriva il voto». Le regole del Parlamento, infatti, prevedono che per maturare il diritto alla pensione minima (equiparata dal 2012 in tutto e per tutto a quelle di qualsiasi dipendente pubblico, età e sistema contributivo inclusi) si debbano compiere almeno «4 anni, 6 mesi e 1 giorno» di servizio alla Camera o al Senato. Fin quando quel momento della legislatura non sarà raggiunto, si diceva, i parlamentari di prima nomina si opporranno con il proprio corpo a qualunque ipotesi di scioglimento. Ora però una sentenza interna, scovata da Francesco Verderami per il Corriere, consente ai parlamentari, pagando di tasca propria i contributi mancanti, di non cadere sotto la tagliola. Contribuzione volontaria (e assai costosa) consentita a tutti i lavoratori. Nessuno scandalo, insomma, se non per l’aspetto divertente che i più accaniti difensori di questi aggiustamenti sono coloro che, fino al terno al lotto che li ha portati in Parlamento, tuonavano fiumi di improperi contro la presunta caste e vitalizio, che non esiste più da 10 anni. Del resto M5s ha il 70% di eletti di prima nomina, per i quali questa è probabilmente l’unica occasione di farsi una pensione.

    Ma nel pomeriggio di ieri è scoppiata una nuova grana: il presidente della Camera Roberto Fico, preoccupato dalle reazioni della base grillina, ha fatto smentire: «Non esiste alcuna sentenza che stabilisca che i deputati maturerebbero la pensione in caso di scioglimento della legislatura», ha spiegato il dem Alberto Losacco, che presiede l’organismo interno cui spettano queste scelte. Mentre da Palazzo Madama si confermava: «Ci siamo adeguati a una sentenza della Corte europea», spiega l’azzurro Luigi Vitali, omologo di Losacco. Che sottolinea come così si venga a creare «una disparità di trattamento tra deputati e senatori». Con i primi nella parte degli esodati. Si prevede dunque un pressing forsennato dei deputati, grillini in testa, per ottenere l’equiparazione ai più fortunati senatori.

    Che questo però possa rendere più agevole il voto anticipato dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato è improbabile: «Lo stipendio da parlamentare per un altro anno vale molto più di poche centinaia di euro di pensione in un lontano futuro», nota Roberto Giachetti di Iv. E il dem Stefano Ceccanti spiega che se si affronta la partita del Colle «senza un regista e senza uno scenario chiaro per il dopo», che elimini le elezioni dall’orizzonte, a voto segreto sarà una strage, pensioni o non pensioni: «Andiamo verso uno scenario simile a quello, disastroso, che portò alla rielezione di Napolitano».


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