• L’effetto flipper e le altre stranezze del sistema elettorale

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    Paese che vai, stranezza che trovi. In Italia ne abbiamo tante, anche per quanto riguarda il sistema elettorale. Pensate un po’, il meccanismo per l’assegnazione dei seggi, in base ai voti presi, prevede anche un rischio, che alcuni tecnici hanno chiamato “effetto flipper”. Cerchiamo di spiegarvi subito di cosa si tratta.

    Come fa intuire il gioco, il flipper appunto, c’è il rishio che il voto dato dall’elettore rimbalzi, finendo con l’avere un effetto non previsto. Come ha spiegato al Giornale il professor Alfonso Celotto, ordinario di Diritto costituzionale, “l’effetto flipper è uno degli aspetti di dettaglio del Rosatellum. Come sappiamo, il cuore della legge è l’uninominale. Poi, però, c’è anche il proporzionale, rispetto al quale bisogna tenere conto dei famosi listini, quelli bloccati da due-quattro persone. Cosa può accadere? Che uno di questi listini non copra il numero di eletti previsti in base al numero di voti ottenuti. Se il listino non è sufficiente a coprire il numero di eletti previsto, i seggi vengono assegnati nei collegi vicini”.

    È già capitato al M5S

    Si badi bene, lo strano fenomeno si è già registrato alle ultime elezioni con il Movimento 5 stelle. Non è una novità assoluta, quindi. Il rischio è soprattutto alla Camera, ma può interessare, anche se in misura minore, pure il Senato. Non si tratta della perversione di chi ha scritto la legge elettorale, ma solo degli effetti derivanti dalla ripartizione proporzionale dei seggi su base nazionale (o regionale per il Senato) e l’assegnazione dei seggi in base alla popolazione di un determinato territorio. In pratica se, dopo i conteggi fatti, ci si accorge che una lista ha ottenuto, nel totale, più seggi del dovuto, questi dovranno giocoforza essere sottratti. Proviamo a fare un esempio per spiegare meglio: in un collegio uninominale, com’è noto, chi prende più voti (anche uno solo in più) vince e viene eletto in Parlamento. Alla Camera sono 252 i deputati eletti con questo sistema, su un totale di 400 deputati. Ebbene, il fantomatico flipper lo troviamo proprio qui, nel sistema proporzionale, soprattutto alla Camera. L’Italia è divisa in 28 circoscrizioni, suddivise a loro volta in collegi plurinominali (49), che vanno ad eleggere da uno a otto deputati. I partiti corrono con i propri simboli e i loro candidati, presentando delle liste bloccate (senza possibilità di indicare la preferenza per gli elettori).

    I seggi sono ripartiti tra le liste che abbiano superato il 3% su base nazionale. A chi ottiene, poniamo ad esempio, il 20% dei voti, grosso modo vanno il 20% dei seggi. Specifichiamo “circa” perché il conteggio esatto deve tenere conto dei resti e dei quozienti. Il problema sorge quando, dopo aver stabilito il numero di seggi assegnati a una lista, si deve decidere chi effettivamente viene eletto, ossia il nome del candidato che vince un posto in Parlamento. I voti, espressi a un livello nazionale, vengono ridotti a un livello di circoscrizione, e poi ancora più basso, a livello di singolo collegio. Ma in questo passaggio, dal nazionale al locale, può accadere che i numeri alla fine non coincidano: in pratica un partito avrebbe diritto a X seggi, stabiliti a livello nazionale, ma poi dalle proiezioni dei numeri sul livello locale emerge un numero di seggi assegnati superiore o inferiore. In questo caso bisogna intervenire “correggendo”. Vediamo in quale modo si procede…

    Si fa un confronto tra la circoscrizione dove una lista ha ottenuto un seggio con la frazione di quoziente più bassa (numero di voti) e quella dove un altro partito è andato più vicino all’elezione, fallendo il seggio con il “resto” di voti più alto. Se possibile si fa lo “scambio” nella medesima circoscrizione, altrimenti il meccanismo può essere applicato anche fra regioni diverse, fino a completare il quadro complessivo. Questi “aggiustamenti” possono essere diversi, con l’inevitabile conseguenza di scatenare un effetto flipper dei candidati eletti, assai difficile da prevedere in anticipo. Nonostante la stranezza di questo effetto flipper, non ci sono altre soluzioni, volendo mantenere fede alla proporzionalità dei voti presi dai partiti e il “peso” dei territori.

    Il meccanismo del quoziente e i resti

    Poniamo che in un collegio vi siano 1.000 elettori, con tre liste che si presentano (X, Y, Z) e cinque seggi a disposizione. X ottiene 520 voti, Y 280 e Z ne prende 200. A conti fatti il quoziente elettorale prevede che un seggio scatterà ogni 200 voti (1000 elettori/5 seggi). Stabilito questo si dividono i voti ottenuti da ciascuna lista per il quoziente: X avrà diritto a due seggi, a Y ne spetterà uno così come uno andrà a Z. Attenzione, in questo modo i seggi assegnati sono quattro, ma in totale quelli in palio sono cinque. A chi andrà il quinto? La legge elettorale stabilisce che vada alla lista che può vantare il resto più alto, ossia alla lista X, a cui “avanzano” 120 voti, contro gli 80 della lista Y e zero per la lista Z. Il meccanismo che vi abbiamo illustrato serve per ripartire i seggi tra i partiti a livello nazionale. Poi il calcolo deve essere rifatto a livello locale, tenendo sempre conto dei resti (i voti che avanzano rispetto al quoziente, il numero che fa scattare il seggio).

    Se si vota solo la coalizione a chi va il voto di lista?

    Sulla scheda possiamo tracciare un segno solo per il candidato del collegio uninominale, omettendo di indicare la lista preferita (se si tratta di una coalizione). Ma in questo caso a chi verrà conteggiato il voto per quanto riguarda il sistema proporzionale? Ciascun partito prenderà un “pezzettino” di quel voto, in proporzione ai consensi che gli altri elettori dello stesso collegio hanno espresso verso tali partiti.


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