L’enigma Appendino sul ballottaggio di Torino. Dubbi sul sostegno al dem che la denunciò

Ott 7, 2021

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    L’ago della bilancia ha un piede nella nursery e non dà indicazioni. Chiara Appendino, sindaco uscente di una stagione a 5 Stelle ormai finita, partorirà fra tre settimane il suo secondo figlio: si prepara ad uscire di scena come una sfinge e non risponde al cellulare. Si chiude una stagione, ma è difficile interpretare cosa succederà. Paolo Damilano, centrodestra, era dato favorito al primo turno e invece l’ha spuntata Stefano Lo Russo, candidato progressista che arriva al ballottaggio con una dote di quasi 5 punti di vantaggio.

    Un guazzabuglio. Pesano le incognite, come spiega Osvaldo Napoli, una delle voci moderate più ascoltate in città: «Dobbiamo considerare che a Torino al primo turno ha votato solo il 48 per cento dei cittadini. Un disastro che potrebbe aver tolto ossigeno proprio a Damilano che pure ha ha avuto un ottimo risultato personale, un 13 per cento quasi storico, con due liste civiche ritagliate su di lui». C’è però almeno un altro elemento da considerare nel rebus sabaudo: qui non solo non si è realizzata l’intesa che per esempio si è vista a Napoli intorno a Manfredi ma Appendino e Lo Russo hanno coltivato un’inimicizia da manuale. « Si sono scomunicati a vicenda – riprende Napoli – e alla fine Appendino è stata condannata per la vicenda Ream sulla base di una denuncia di Lo Russo».

    Parlare di apparentamento sarebbe in questa situazione una follia. Si procede in ordine sparso e Lo Russo cerca semmai di catturare l’elettorato postcomunista, sventolando i temi della mobilità e dei diritti civili e cercando insomma di solleticare il popolo 5 stelle.

    Insomma, Torino è a suo modo un laboratorio politico: si chiude un’era, ma il popolo rischia di rimanere a casa, fra scetticismo e disillusione.

    Tutti ripetono che non ci saranno accordi e vanno per conto loro. La domanda che molti si fanno è: ci sarà una saldatura giallorossa? Ma il quesito più grande è un altro: quanta gente andrà al voto in una metropoli che non sa a chi consegnarsi?

    L’elettorato 5 Stelle è in parte evaporato, ma quel che rimane potrebbe votare di pancia, senza troppo considerare le sciabolate che si sono dati per anni la sindaca e il suo storico avversario. E però va considerato che il partito di Conte ha poche strutture e zero apparato, dunque è difficile sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda di un elettorato disorientato, se non in libera uscita.

    Non basta. Damilano potrebbe a sua volta pescare il jolly nelle periferie che non hanno trovato il riscatto sperato. Secondo l’istituto Swg, nella metropoli dei paradossi e delle complicazioni, Damilano ha stravinto fra gli operai delle barriere: ha ottenuto il 45,6 per cento di quel segmento contro il 26,9 di Lo Russo. Quasi venti punti percentuali in più, a sancire la fluidità dell’elettorato e il rovesciamento delle posizioni tradizionali. In ogni caso, un fatto importante nella città che ha segnato la storia dell’industria italiana.

    L’appuntamento fra dieci giorni è davvero un rebus e la differenza la farà il partito degli astenuti che al secondo turno rischia di crescere ancora. Dunque, più delle alchimie di partito peserà la capacità di mobilitare un elettorato senza precisi punti di riferimento in una città in cerca di futuro. «Certo che andrò al seggio – ripete la sfinge Appendino – ma non intendo dare indicazioni». La battaglia va avanti. «Il punto – ripete al Giornale Damilano – è strappare i torinesi alla delusione e al disinteresse e portarli alle urne». Vincerà chi rosicchierà voti al partito del non voto.


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