L’ennesimo flop del reddito di cittadinanza: la formazione non esiste

Nov 20, 2021

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    Il flop del reddito di cittadinanza, così come è stato progettato, studiato e attuato, si compone di numeri che ne certificano ogni giorno che passa il fallimento. La gravità di tale misura è certificata anche dagli ultimi numeri di settembre su quanti, effettivamente, abbiano fatto una formazione attiva che portasse all’inserimento nel mondo del lavoro.

    Solo 4mila su un milione

    Su oltre un milione e 100mila italiani che hanno firmato un Patto di Servizio, cioé un accordo tra lavoratore e Centro per l’impiego, soltanto 4mila di loro hanno partecipato ad attività di formazione, una percentuale irrisoria che non fa nemmeno statistica. Il problema nasce a monte perché nemmeno la metà dei richiedenti il reddito, 420.689 persone che fa il 37,9%, ha visto la loro domanda essere presa in carico dai Centri. Il restante 62,1% (anche da qui nasce il bivacco sul divano di casa), non è mai stato aiutato attivamente da chi dovrebbe aiutarlo a cercare un impiego. A questo mare magnum aggiungiamo che i navigator, come ci siamo occupati sul Giornale.it, non saranno più operativi da dicembre e la frittata è fatta.

    I perché del fallimento

    I numeri del fallimento reiterato sono stati forniti dalla Fondazione Adapt, che si occupa di relazioni industriali e di lavoro assieme all’Università di Modena-Reggio Emilia. Per concludere lo stillicidio, dei 420mila fortunati, solo poco più di 92mila ha svolto attività di politica di cui ancor meno, 89mila, ha fatto attività di orientamento. Eppure, i 5Stelle l’avevano decantata come parte integrante del provvedimento e non come qualcosa di estremamente marginale come spesso viene presentata per coprire le mancanze di un reddito senza capo nè coda. “Quello che emerge dai numeri è una visione delle politiche attive del lavoro come un’attività di proposta di un lavoro alle persone disoccupate e non una più complessa ma più efficace, e soprattutto più equa, attività di riattivazione delle persone da un lato e di diritto alla transizione lavorativa dall’altro“, afferma a ItaliaOggi Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione.

    Dare la possibilità di trovare lavoro e smettere di percepire il reddito di cittadinanza solo a chi ha una formazione “non è molto diverso dal non garantire a chi ha già un lavoro ma lo vuole cambiare di accedere a percorsi che lo aiutino nella transizione“, aggiunge. Il RdC dovrebbe ripartire da questo punto così come la riformza sulle politiche attive: al momento, però, la politica sembra fare orecchie da mercante, da un lato entra e dell’altro. Così si rischia di “peggiorare un sistema diseguale in cui l’accesso al lavoro è possibile solo ad alcuni“.


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