L’ennesimo flop delle procure dopo 28 anni di agguati continui

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Ci fosse stato ancora Niccolò Ghedini, chissà se ieri sera avrebbe rinunciato a ricordare di quante asprezze è costellata la strada giudiziaria che ha portato alla nuova assoluzione di Silvio Berlusconi. Perché – come confermano le amare riflessioni cui ieri sera il Cavaliere si lascia andare con chi gli sta attorno – la vittoria nel processo di Roma per corruzione in atti giudiziari non cancella le forzature e gli abusi di cui il fondatore di Forza Italia si sente vittima dal 1994. Cioè da quando a pochi mesi dalla sua prima vittoria elettorale e dall’approdo a Palazzo Chigi si vide recapitare il famoso avviso di garanzia del pool Mani Pulite.

Da allora, come è noto, è stato un crescendo, un lungo assedio del cui costo economico Berlusconi ogni tanto riferisce puntigliosamente (le migliaia di udienze, i milioni agli avvocati, eccetera) ma il cui costo politico è incalcolabile. A rendere tutto più inaccettabile, per il leader azzurro, c’è il fatto che tutte le accuse mossegli in questi ventotto anni siano risultate alla fine inconsistenti. Con l’unica eccezione del processo per i diritti tv, terminato con la condanna definitiva e la decadenza dal Senato: ma contraddistinto da un iter processuale, soprattutto al momento dell’approdo in Cassazione, sulla cui regolarità Berlusconi continua a nutrire profondi dubbi.

Il processo Ruby costituisce, da questo punto di vista, un unicum. Perché è un processo nato per gemmazione da un solo tronco principale, e sbocciato in una serie di filoni laterali nonostante il fallimento clamoroso incontrato dalla Procura di Milano sul versante originario: quello inaugurato la bellezza di dodici anni fa, con l’esplosione a mezzo stampa dell’inchiesta di Ilda Boccassini sull’arresto e la liberazione in Questura della giovane marocchina Ruby, e poi sulle serate cui la stessa Ruby e un folto gruppo di altre giovani partecipavano nella residenza milanese dell’allora premier. Fu l’inchiesta-pretesto per allontanare Berlusconi da Palazzo Chigi, e che portò mezzo pianeta a etichettare l’Italia come il paese del «bunga bunga». Come andò a finire è noto: ovvia condanna in primo grado, assoluzione con formula piena in appello e in Cassazione.

Il buon senso e la real politik avrebbero suggerito alla Procura milanese di lasciar perdere, accettando la sconfitta e dedicandosi ad altro. Invece, come in preda ad un’ansia di rivalsa, la Procura parte con il Ruby ter, incriminando personaggi del tutto eterogenei: senatori e musicisti, vecchi giornalisti e fanciulle in cerca di gloria, accomunati solo dall’avere ricevuto uno o più inviti alle feste di Arcore, di esserci andati, e di aver poi testimoniato sotto giuramento di non avere assistito ad ammucchiate o altre amenità del genere. Insieme a loro viene incriminato lui, Berlusconi, accusato di avere comprato il loro silenzio a colpi di decine, centinaia, migliaia o milioni di euro.

È un processo per alcuni aspetti paradossale, il Cavaliere è accusato di avere voluto truccare un processo in cui non aveva nulla da nascondere, visto che era – come da sentenza – del tutto innocente. Ma sono dettagli. La Procura va avanti, l’inchiesta si spezza in mille rivoli, poi si riunifica, alla fine resta tutto a Milano tranne i pezzi che approdano a Siena e a Roma: dove finiscono con l’assoluzione piena.

Ora le residue speranze dei suoi avversari di vedere il Cav condannato si concentrano sul troncone del Ruby ter ancora in corso a Milano, e che si avvia a conclusione, dopo una durata abnorme. Intorno al prossimo gennaio. La Procura ha chiesto per Berlusconi la condanna a cinque anni: incurante o quasi del fatto che i giudici abbiano già accertato che le ragazze oggi accusate di corruzione e falso vennero interrogate irregolarmente, benché fossero di fatto indagate, senza avvocato e senza avvisarle che potevano tacere e persino mentire. Tutto era lecito, nella caccia al Cav.


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