Letta: “Draghi resti a Chigi, questo governo deve durare”

Ott 1, 2021

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       Mentre è impegnato a lanciare lo sprint di Roberto Gualtieri al Campidoglio, Enrico Letta insiste su Mario Draghi a Palazzo Chigi fino al 2023. Il segretario Pd non spinge l’attuale premier verso il Colle, come stanno facendo diversi esponenti politici di peso, del governo e non: dal leghista Giancarlo Giorgetti all’azzurro Renato Brunetta. E pure Silvio Berlusconi, anche se poi smentisce. Per Letta, “mandare Draghi al Quirinale e poi andare al voto non è nell’interesse dell’Italia. L’interesse dell’Italia di oggi è che questo governo duri”. Matteo Salvini intanto rimarca le distanze dal ‘suo’ ministro Giorgetti. A chi gli domanda se senza Draghi siano a rischio gli investimenti con il Pnrr, risponde: “E che siamo un popolo di scemi? Draghi è una grande personalità, ma in Italia abbondano uomini validi”. Insomma, la partita per il Colle si giocherà a inizio 2022 ma le scosse di assestamento sono già cominciate.

        Anche il leader del M5s, Giuseppe Conte, sembra non voler alimentare gli entusiasmi sul premier: “Lo dico alla luce di una doppia esperienza di governo: sarebbe sbagliato per l’intero Paese e per tutti noi pensare che un uomo solo al comando possa risolvere tutti i problemi”.

        La posizione del Nazareno è sempre quella e Letta la ribadisce nel comizio romano con cui dà la spinta finale al candidato di centrosinistra, Roberto Gualtieri, per la guida della Capitale: Gualtieri, dice il segretario dem, “sperimenterà un lavoro importante e impegnativo, quello di dimostrare che è attorno a noi che si costruisce la coalizione larga e inclusiva che vince contro le destre”. Certo è che l’alleanza di centrosinistra romana è ‘monca’: manca il M5s, che Letta vorrebbe dialogante in vista della sfida elettorale del 2023. Non solo, nella Capitale i rapporti con Virginia Raggi sono tesi, tanto che lo stesso Conte ha storto la bocca quando gli è stato chiesto se i 5 Stelle appoggeranno Gualtieri a un eventuale ballottaggio, se non ci sarà la sindaca uscente. Anche Gualtieri non ha fatto grandi concessioni: al secondo turno, “parleremo con gli elettori di Raggi e Calenda, ma non farò apparentamenti con M5S, con Azione e Italia Viva”.

    Per Letta, il voto del 3 e 4 ottobre, specie con gli schieramenti delle suppletive che lo vedono in campo a Siena, è “la prova generale delle prossime elezioni politiche”, quando ci sarà un nuovo bipolarismo: centrosinistra contro destra. Il segretario traccia la linea che il Pd intende varcare: “Le grandi metropoli che votano sono 5 . Noi del Pd e del Centrosinistra ne abbiamo vinte due su cinque l’altra volta.
        Quindi per me due su cinque non darebbe un risultato soddisfacente, tre su cinque sarebbe soddisfacente oltre sarebbe un trionfo”. Ma il voto a Roma sarà quello che più peserà sulla valutazione dei successi o meno delle forze politiche. “Il confronto è fra noi e le destre – dice Letta, guardano oltre i confini della Capitale – Non ci sono alternative, se non vinciamo noi sarà Giorgia Meloni a festeggiare e sarà la Lega.

        Non sarà una buona notizia per Roma, per l’Italia, per nessuno di noi”. In vista del voto, anche il vicario del Papa a Roma, il cardinale Angelo De Donatis, formula il suo auspicio: “Mi auguro per Roma che mantenga la sua vocazione all’accoglienza, all’inclusione, alla capacità di ospitare. Qualsiasi persona sia chiamata a rivestire il ruolo pubblico spero abbia a cuore la vocazione universale di questa città”.  


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