• Letta fa l’ecologista ma pure il bus elettrico lo ha lasciato a piedi

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    Torino, piazza D’Armi. Sabato sera. Letta deve ancora arrivare. È in ritardo. Al comizio, seconda tappa del tour piemontese, è atteso per lanciare la volata ai suoi. Quando finalmente apre la portiera, gli si fanno tutti attorno. Firma qualche autografo, sfoggia il sorriso migliore a favor di selfie e parla di futuro. «E il futuro arringa i suoi è l’elettrico». Qualche chilometro più in là c’è il Lingotto, il tempio dell’auto italiana che fu. Il segretario piddì non è lì per parlare di quattro ruote ma per provare a inseguire un centrodestra che, messo subito il turbo, gli sta facendo ingoiare quintali di polvere e buttar giù amare boccate di gas di scarico. Il sorpasso, anche se mancano ancora un paio di settimane, è pressoché impossibile. Non solo. A fare il radical chic con l’elettrico è persino finito per rimanere a piedi.

    Ma riavvolgiamo il nastro dall’inizio. Sabato pomeriggio, Alessandria. Parte il tour piemontese di Letta. Il giorno prima ha sfoggiato il suo pulmino azzurro. Cento per cento elettrico. Carlo Calenda l’ha subito bullizzato. «Ammazza che brutto», gli ha detto. «Credo che vi abbiano già rubato i cerchioni, ma non sono stato io». Il segretario dem ha fatto spallucce. Se ne infischia di quel che dicono gli altri. Nella sua testa vaga il ricordo dell’Ulivo. Sogna la «remuntada» di Romano Prodi. «Sondaggi e previsioni non contano nulla assicura ribalteremo le previsioni». Sembra crederci davvero. «Penso di recuperare partendo dal fatto che gli stessi sondaggi dicono che il 42% non ha ancora deciso, noi puntiamo su quelli e a loro diciamo: ma siete sicuri che passare da Draghi alla Meloni sia una scelta intelligente per il nostro Paese?». L’idea, a due settimane dalle elezioni, è dunque cercare di riacciuffare gli indecisi. Spiega, Letta, che intende raggiungerli uno a uno, «casa per casa». È pronto a macinare chilometri, a bordo del suo pulmino azzurro. Ma nel fine settimana, ad Alessandria, ecco il primo guaio. La batteria. Scarica. E l’orologio corre. «Impossibile andare e tornare», convengono gli organizzatori dell’Eco-tour. E così, di corsa, a cercare un altro mezzo per fiondarsi a Torino. E lì, nonostante il ritardo causato dal suo bolide, si mette a blaterare di carbon tax, transizione energetica e auto elettriche. «Il tour con i nostri mezzi elettrici dice al gazebo di piazza D’Armi si rivela una bellissima occasione per raccontare al Paese che la mobilità sostenibile deve essere il futuro». E poi ancora, rimarcando quanto sia «decisivo» il voto del 25 settembre, attacca col solito refrain: «La differenza tra la nostra campagna elettorale e quella della destra è che la nostra parla di futuro, la loro di passato».

    Al netto degli slogan da campagna elettorale, che colorano i programmi parlando di un futuro che non arriva mai, il punto vero è che il presente del Pd è in panne, fermo sul ciglio di una strada del Piemonte, in attesa che arrivi l’auto di cortesia per portare il segretario a destinazione. E Letta, che rimane a piedi a un pugno di chilometri dal traguardo, non è solo una pietra tombale sulla dannosa ideologia ecologista, che la sinistra sta cercando di imporre a tutto il Paese, ma è anche la metafora perfetta di questa sua fallimentare campagna elettorale. Una campagna elettorale che lo vede annientato dal centrodestra ben prima che si vada a votare. Non era mai capitato che il leader di un partito, rassegnato alla sconfitta, giochi non tanto per pareggiare quanto piuttosto per perdere il meno possibile ed evitare così una débâcle totale che lo rispedisca direttamente da dove è venuto, magari col primo TGV disponibile.


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