Letta, la tentazione della corsa da soli e lo “spettro Conte”. Ma alla fine il Pd cercherà l’accordo

Ago 2, 2022

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Non c’è solo la tentazione del Pd di correre da solo ad agitare i sonni di Enrico Letta. Da qualche giorno, infatti, il segretario dem inizia a intravedere in un’eventuale tandem elettorale con Azione lo spettro di Giuseppe Conte. E di un’alleanza che rischia di andarsi a schiantare per l’inaffidabilità di chi ha un approccio a volte troppo «ondivago».

Non è un caso che ieri, durante un incontro al Nazareno con i sindaci del Pd, Letta ci abbia tenuto a dire che con Calenda si è incontrato solo «tre giorni fa» e che in quell’occasione si erano «messi d’accordo su una strada» che «è poi stata fatta saltare». C’era un’intesa, insomma, che è stata rimessa in discussione. Tra i big dem, più d’uno è andato con la mente a Conte. Non è un mistero, infatti, che il leader del M5s – coltivato nonostante tutto in nome del cosiddetto «campo largo» – la sera prima della fiducia avesse personalmente rassicurato Letta sul fatto che non avrebbe staccato la spina al governo, salvo poi – dodici ore dopo, altro che tre giorni – non votare la fiducia a Mario Draghi in compagnia di Lega e Forza Italia.

Un parallelo forte, ci mancherebbe. Ma la rovinosa fine dell’asse tra Pd e Movimento ha evidentemente segnato Letta, uno dei principali sostenitori del campo largo. Insomma, ha davvero senso imbarcarsi nuovamente in un’alleanza che rischia di essere messa in discussione alla prima curva? E, soprattutto, vale la pena avventurarsi su questa strada se i sondaggi continuano a dire che il centrodestra avrebbe comunque la maggioranza dei collegi uninominali? Al di là degli scambi di ieri tra Letta e Calenda – che si vedranno alla Camera questa mattina alle 11 – resta il non detto che sia l’uno che l’altro potrebbero avere interesse a correre in solitaria. Il segretario dem perché potrebbe così sperare di riuscire a strappare a Fratelli d’Italia lo scettro di primo partito alle elezioni del 25 settembre. Non un dettaglio, perché un simile risultato blinderebbe la segreteria Letta nonostante la sconfitta nelle urne e la scellerata scelta di puntare – fino al giorno del draghicidio – all’alleanza con il M5s.

A Calenda, invece, permetterebbe di proporsi come unico polo di centro, un investimento che potrebbe portargli in dote qualche punto percentuale in più. Anche se sul tema i sondaggisti sono divisi. C’è chi sostiene – è la stima di Youtrend in collaborazione con Cattaneo Zanetto & Co – che se Azione corresse da sola il centrosinistra perderebbe 16 seggi uninominali. E che al Senato il centrodestra non si limiterebbe alla maggioranza relativa ma porterebbe a casa quella assoluta. Ma c’è anche chi dice – fonti vicine a Calenda parlano di una rilevazione ad uso interno di Alessandra Ghisleri – che se Azione andasse da sola si attesterebbe tra l’8 e il 12%.

È soprattutto il primo dato a spingere Letta nella ricerca di un punto di caduta che tenga in piedi l’alleanza. Perché è vero che se il Pd arrivasse ad essere primo partito, non solo il segretario dem riuscirebbe a contenere in chiave interna la vittoria del centrodestra ma avrebbe anche il primo gruppo parlamentare sia alla Camera che al Senato. Non solo i primi a presentarsi alle consultazioni da Sergio Mattarella dopo il 25 settembre, ma anche il principale attore se, nei mesi o negli anni a venire, si aprisse la strada di una crisi di governo. Detto questo, non c’è dubbio che – visto dal centrosinistra – una cosa sarebbe perdere male e altra perdere bene, magari – questo è l’auspicio in casa Pd – con una situazione numericamente fluida a Palazzo Madama.

È per questo che Letta – nonostante ieri durante la segreteria allargata ci abbia tenuto a dire che l’accordo con Calenda «è sempre più lontano» – oggi proverà comunque a trovare un punto d’intesa. Purché si metta fine a «veti e sportellate», un metodo «con cui faccio fatica a confrontarmi». Perché solo tre giorni fa, ribadiscono dal Nazareno, non solo c’era l’accordo ma «erano già stati definiti persino i collegi». Un po’ come due settimane fa, quando con Conte era stato deciso il via libera alla fiducia a Draghi.


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