• L’Europa ridisegna il Patto. Così l’Italia rischia grosso

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    «Killing me», e neanche troppo «softly». La riforma del Patto di stabilità presentata ieri dalla Commissione europea dovrebbe essere vista dall’Italia con gli stessi timori di chi si trova davanti un pitone. Le spire in questione sono quelle di un commissariamento de facto, tale da soffocare ogni spazio di autonomia in materia di politica economica. In cambio della rottamazione della regola (ormai anacronistica e peraltro mai applicata) che imponeva ai Paesi con un debito superiore al 60% del Pil di ridurne «l’eccesso» di un ventesimo ogni anno, bisognerà dare l’addio alla sovranità sui conti. Su quelli, Bruxelles eserciterà un’occhiuta vigilanza e sarà pronta a punire ogni deviazione dal percorso di rientro nei corretti parametri contabili. Il modello sanzionatorio d’ispirazione è quello previsto per i fondi del Next Generation Ue, dove si chiudono i rubinetti se non si rispettano gli impegni presi.

    È il principio del «chi sgarra, paga». L’idea alla base della proposta elaborata dai commissari Paolo Gentiloni (in foto) e Valdis Dombrovskis è che saranno i singoli governi, e solo quelli dei Paesi con debiti oltre il 90% del prodotto interno lordo (percentuale che, guarda il caso, salva dalle forche caudine Germania e Francia), a stabilire la traiettoria di risanamento delle finanze pubbliche. Partendo da un punto fermo: il calcolo di riduzione verrà effettuato tenendo conto della spesa primaria netta (cioè quella che esclude soprattutto la spesa per interessi), un voce su cui lo Stato ha il totale controllo. Per Roma è un fatto positivo: a causa dell’aumento dei tassi e dell’inflazione, gli esborsi dovuti per il pagamento dei rendimenti sui titoli pubblici dovrebbero superare i 58 miliardi di euro da qui al 2025.

    Altro aspetto favorevole è l’abolizione del parametro che obbliga a migliorare i saldi di bilancio dello 0,5% per chi non è in pareggio tra entrate e uscite. Ma ogni concessione ha un prezzo da pagare. E il primo è legato al piano quadriennale di aggiustamento del bilancio da stabilire con la Commissione; arco temporale che viene dilatato a sette anni se il percorso di mantenimento del disavanzo sotto il 3% del Pil in un periodo di 10 anni e di abbassamento «plausibile» del debito è sostenuto da una serie di impegni di riforma e investimento. Agli Stati toccherà presentare ogni anno relazioni sullo stato di avanzamento degli impegni concordati, su cui Bruxelles farà le pulci. Troika 2.0: sorveglianza asfissiante; vincoli stringenti; margini di manovra ridottissimi. Anche perché resta in piedi la procedura per i disavanzi eccessivi basata sul deficit-Pil, mentre la procedura per i disavanzi eccessivi basata sul debito sarebbe rafforzata. Come se non bastasse, il nuovo Patto è decisamente punitivo per chi scantona: previste sanzioni reputazionali più forti, mentre i finanziamenti Ue potrebbero essere sospesi anche quando gli Stati non hanno adottato misure efficaci per rientrare nei parametri imposti.

    Nella sostanza, se la proposta si tramuterà in norma, dal 2024 Giorgia Meloni si troverà alle prese con un doppio esame: quello legato al Pnrr e quello relativo alla legge di bilancio. Ogni singolo capitolo di spesa andrà quindi dosato col bilancino del farmacista, mentre sono tutt’altro che da escludere tagli lineari potenzialmente recessivi e nocivi per settori quali la ricerca e l’innovazione.

    Resta da capire quale sarà il percorso della riforma. L’Olanda ha detto ieri di considerarla «un primo passo nella modernizzazione del Patto», mentre il ministro tedesco delle Finanze Christian Lindner chiede «più realismo da una parte e un approccio più vincolante dall’altra parte affinché il debito venga ridotto». Occhio ai pitoni.


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