• Lévy, Damilano si dissocia. Ma è ancora polemica: “Rai non è la dependance della sinistra”

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    Dopo l’ondata di polemiche che si è abbattuta sui vertici di viale Mazzini sullo sproloquio contro i candidati di centrodestra e il suffragio universale del filosofo francese Bernard Henry Lévy, andato in onda su Rai Tre rigorosamente senza contraddittorio, il conduttore de Il Cavallo e la Torre prende le distanze.

    Ieri, in apertura di puntata Marco Damilano, dopo le critiche dell’Usigrai e la valanga di richieste di dimissioni nei confronti dell’ad Rai Carlo Fuortes per la violazione del pluralismo e della par condicio durante la trasmissione del terzo canale del servizio pubblico, ha messo in chiaro di non condividere le affermazioni del suo ospite. “Da alcune – precisa l’ex direttore dell’Espresso – ho preso le distanze in diretta”. Per molti, però, le obiezioni dell’intervistatore sono state piuttosto deboli. Di fatto, non sono servite ad arginare “la violenza verbale” del suo ospite, come l’ha definita il presidente della commissione di Vigilanza Rai, Alberto Barachini.

    In studio, sempre ieri, lo storico Giovanni Orsina, con riferimento alle parole di Lévy sull’opportunità in certi casi di tener conto o meno la volontà popolare, ha spiegato che “il rispetto del voto può ammettere deroghe solo se siamo in presenza di un allarme molto chiaro e molto forte”. Un allarme che evidentemente in Italia non esiste, a differenza di quanto paventato dal filosofo francese, che ieri nella striscia di approfondimento serale quotidiana di Rai Tre si è scagliato contro Salvini, Meloni e Berlusconi (“l’Italia merita di meglio”), precisando come “non si può sempre rispettare la scelta degli elettori, specialmente quando portano al potere Mussolini, Hitler o Putin”.

    Rischio sanzione da parte dell’Agcom

    Le scuse del conduttore e le posizioni di buon senso espresse da Orsina non sono però servite ad abbassare i toni. I parlamentari della Lega, che ieri avevano invocato il passo indietro dell’amministratore delegato della tv pubblica, oggi annunciano che presenteranno un esposto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni contro l’ex direttore dell’Espresso. “Le pesanti accuse rivolte alla Lega, a Matteo Salvini e il paragone della coalizione di centro destra al fascismo sono intollerabili, il tutto senza contradditorio e trasmesse nel terzo canale della tv di Stato. Ma la presidente della Rai, Marinella Soldi, di fronte al colpevole silenzio dell’Ad Carlo Fuortes non ha nulla da dire?”, si legge nella nota diffusa dai componenti leghisti della bicamerale per la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.

    “Come può tollerare – incalzano – che la Rai, della quale è appunto presidente, offra a milioni di cittadini costretti a pagare il canone in bolletta un servizio pubblico palesemente asservito ad una certa corrente politica?”. L’Agcom, chiamata in causa ieri anche da FdI, dovrebbe riunirsi oggi. Potrebbe esprimersi con un richiamo, una richiesta di riequilibrio o addirittura con una sanzione nel caso in cui venisse ravvisata nelle parole di Lévy una chiara indicazione di voto.

    “L’Autorità deve esercitare il suo ruolo e intervenire per fermare la palese violazione della par condicio da parte del servizio pubblico. La sinistra televisiva considera la Rai una sua dependance, e questo è ormai intollerabile”, protesta anche il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, intervistato dal Tempo. “Invece di attingere a professionalità interne è stato dato l’incarico per la conduzione di un programma a un giornalista smaccatamente di parte. Quanto accaduto era prevedibile, ora spetta all’Autorità di vigilanza intervenire”, ha concluso il senatore azzurro.


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