Lezioni a casa, nidi sospesi e vie chiuse. Le Regioni fanno i conti con l’algoritmo

Milano. Il panorama è variegato, non c’è dubbio, ma il bilancio è fin troppo chiaro: complessivamente in tutta Italia sono a casa quattro dei circa otto milioni di studenti. E mentre proseguono le proteste dei ragazzi che da nord a sud chiedono la riapertura delle loro scuole, vediamo un po’ come sono cambiate solo nella giornata di ieri le regole sulla didattica nelle varie regioni.

Con il passaggio della regione Toscana a zona rossa, da domani anche i circa 65mila ragazzi di seconda e terza media delle scuole toscane saranno costretti a tornare alla didattica a distanza aggiungendosi così agli oltre 168mila studenti toscani delle scuole superiori.

Anche la Campania entra nella zona rossa ma le scuole erano già tutte chiuse dal 16 ottobre. Proprio ieri però la regione partenopea ha stabilito che dal 24 novembre riprenderanno in presenza le scuole dell’infanzia e delle prime classi della primaria, previa effettuazione di screening su base volontaria sul personale docente e non docente e sugli alunni, mentre tutti gli altri studenti rimarranno a casa con la didattica a distanza.

Intanto ieri il sindaco di Reggio Calabria ha emanato un’ordinanza con la quale si dispone la sospensione delle attività didattiche in presenza in tutte le scuole di ogni ordine e grado con esclusione delle scuole dell’infanzia e degli asili nido da domani fino al 28 novembre.

«Possiamo farcela, collaborando fra istituzioni» dice intanto la ministra Lucia Azzolina, che cita il caso di Palermo: «con il dialogo e il reciproco impegno abbiamo evitato la chiusura delle scuole. Questo è fare politica. Questo è avere senso dello Stato e pensare al bene dei nostri ragazzi».

Ritira invece l’ordinanza anti-assembramenti e minaccia «una lettera alla Conferenza delle Regioni per chiedere una riunione urgente» il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, unendosi così al coro dei governatori che protestano contro il governo, dopo che la sua regione è scivolata in zona arancione.

Il metodo basato sui 21 parametri epidemiologici analizzati dalla cabina di regia (in cui le stesse regioni sono rappresentate) per decidere le restrizioni nelle diverse aree del Paese viene infatti contestato ora anche dal leghista: «Poiché a decidere sono gli algoritmi al posto della politica, ritiro l’ordinanza 41», ha annunciato Fedriga. Che lamenta come la decisione di far diventare il Friuli da zona gialla ad arancione, sia stata presa nonostante le nuove misure anti assembramento e «senza interlocuzione preventiva».



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