Liberiamo le mamme dal dilemma “casa o lavoro”

Mag 8, 2022

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    Il quadro diffuso da Save the Children sull’occupazione delle mamme italiane ci impone di farci carico di una situazione insopportabile.

    Siamo uno dei paesi più industrializzati del mondo, eppure oltre il 42 percento delle mamme tra i 25 e i 54 anni non è occupata e il 40 percento di quelle con 2 o più figli minori lavora part-time. Sono energie non impiegate per la crescita del Paese. Uno spreco immane, che è spesso il risultato di scelte molto dolorose tra il lavoro e la famiglia che non devono, neanche per un attimo, essere vissute come normalità dalle donne italiane.

    Proprio perché l’impiego femminile non può prescindere dal pilastro della famiglia come traino – e non certo come freno – alla realizzazione delle donne, è stata varata una riforma strutturale, il «Family Act», che conferisce centralità alle nuove generazioni promuovendo pari opportunità per le donne e per gli uomini.

    La novità più rilevante è, senza dubbio, l’assegno unico universale, una misura che mira ad invertire il trend negativo delle nascite. Altre misure sono gli incentivi per l’imprenditoria femminile e la cosiddetta «clausola di condizionalità» prevista per i progetti del Pnrr, ovvero il vincolo ad assumere almeno il 30% di giovani e donne.

    Dobbiamo tornare al governo Berlusconi del 2001 per trovare una analoga attenzione. Allora, con la ministra Prestigiacomo, fu istituito il fondo nazionale per la costruzione e la gestione degli asili nido nonché di micro-nidi nei luoghi di lavoro.

    Oggi occorre un salto in avanti che aiuti a fronteggiare una realtà sociale ed economica ancora più complessa. Il Pnrr è lo strumento che consentirà di colmare questi divari, perché prevede la realizzazione di nuove strutture con almeno 100mila nuovi occupati, in particolare nelle regioni del Sud. Una grande sfida a cui le regioni meridionali stanno rispondendo prontamente, anche grazie all’impegno della ministra per il Sud Mara Carfagna. Ma c’è un altro fronte su cui occorre investire e lavorare di più: quello culturale.

    Non può esserci crescita occupazionale femminile senza il definitivo abbattimento di stereotipi che non prevedono la vera condivisione tra uomo e donna nella cura della famiglia. Vogliamo raggiungere il 60% di occupazione femminile entro il 2026 e per farlo dobbiamo completare la costruzione di un welfare che liberi le madri italiane dall’arcaico dilemma fra famiglia e lavoro e consenta di estrarre le straordinarie risorse inespresse che costituiscono il vero patrimonio di questo Paese.


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