• L’impasse dell’esecutivo nel vicolo cieco dei conti

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    I periodi di stagflazione (bassa crescita e elevata inflazione), come quella che rischia di bloccare l’Italia nell’attuale congiuntura, sono un cul de sac non solo per gli economisti ma anche per i politici. Se si interviene per limitare i danni del caro-prezzi, si rischia di creare maggior deficit in una fase di tassi al rialzo che compromette parzialmente la sostenibilità del debito. Se non si interviene, si potrebbe danneggiare il legame tra il governo in carica e la sua base elettorale, una circostanza che in ciascun deputato e senatore di qualsiasi schieramento provoca lo stesso sbalzo d’umore di un toro cui sia sventolato un drappo rosso.

    E che affrontare il dossier caro-carburanti non sia semplice sia il premier Giorgia Meloni che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, lo sanno benissimo. Nel Consiglio dei ministri di ieri sera, dopo una giornata di fughe in avanti precipitose e tempestose retromarce, l’esecutivo ha deciso di inserire una modifica al dl Trasparenza per alleviare gli effetti negativi del caro-carburanti. «In presenza di un aumento eventuale del prezzo del greggio e quindi del relativo incremento dell’Iva in un quadrimestre di riferimento, il maggiore introito incassato in termini di imposta dallo Stato possa essere utilizzato per finanziare riduzioni del prezzo finale alla pompa», si legge nella nota. I buoni benzina ceduti dalle aziende ai lavoratori non concorreranno, inoltre, a formare reddito da lavoro nel limite di 200 euro fino al 31 dicembre. Poiché il decreto non è stato ancora pubblicato, bisognerà aspettare per vedere quale sarà l’orizzonte quadrimestrale di riferimento.

    L’esecutivo si trova nella medesima situazione del governo Draghi dodici mesi orsono quando le risorse stanziate dalla manovra 2022 si appalesarono come insufficienti a gestire i perduranti rialzi dei prezzi energetici. Il primo decreto, varato a febbraio, «pescò» risorse dalla tassa sugli extraprofitti, mentre solo nei successivi interventi – varati in primavera e in estate – si reperirono ulteriori fondi sia dall’extragettito fiscale (soprattutto Iva, aumentata a causa dell’inflazione) sia dagli stanziamenti non spesi sia per altri sostegni anti-inflazione che per altri interventi precedenti (come le misure anticrisi post-Covid). Con questi stratagemmi l’ex presidente del Consiglio e il titolare del Tesoro, Daniele Franco, riuscirono a recuperare circa 40 miliardi di euro.

    Come si può realizzare dalla progressione dei decreti legge, più o meno cadenza trimestrale, Meloni e Giorgetti – ove mai intendessero cambiare il proprio percorso di finanza pubblica – dovrebbero attendere, anche a discapito delle ricadute elettorali sulle Regionali in Lombardia e Lazio. Bisognerà aspettare almeno la metà del mese prossimo, cioè a ridosso delle urne, per sapere se le Finanze concederanno un po’ di spazio di manovra in più o se l’impiego dei sostegni anti-rincari energetici sarà stato meno compulsivo così da favorirne il «dirottamento» di una parte verso il caro-carburanti se la situazione emergenziale dovesse proseguire.

    Si può, per questo motivo, rimproverare qualcosa a Meloni e Giorgetti? In linea teorica la risposta è negativa: la legge di Bilancio 2023 è stata concepita per dirottare tutte le risorse verso il caro-energia privilegiando soprattutto le imprese e i redditi bassi. Insomma, la scelta politica è stata da una parte a favore dei meno abbienti e, dall’altra parte, orientata alla tenuta dei saldi di bilancio, ossia evitando la possibilità che qualsiasi spesa rimanesse scoperta e che, pertanto, si dovesse ricorrere ad extra-deficit. Un must alla vigilia del rientro in vigore del Patto di Stabilità l’anno prossimo,.

    Ecco perché nel ricevere i vertici del Mes (il Fondo salva-Stati europeo), il premier ne ha sottolineato «l’anomalia». Se uno Stato come l’Italia vi potesse accedere senza correre il rischio di una devastante ristrutturazione del debito, l’emergenza sarebbe più facilmente gestibile. Ma l’Europa, su questo tema, non ha previsto nulla. Ecco perché lasciare 2-3 miliardi in manovra per il mini-taglio delle accise appare ex post come una scelta che oggi avrebbe pagato sia in termini economici che elettorali.


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