• L’Iran ora sfida l’Italia: “Non prendiamo lezioni”. Ipotesi nuove sanzioni

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    Roma. Irritato. «Non accettiamo lezioni, letture politiche e ingerenze. Respingiamo la pretesa di alcuni Paesi di imporre la loro cultura e il loro stile di vita». Irridente, persino. «La Repubblica islamica condivide il diritto internazionale e rispetta i valori umani». Inverosimile, pure: «L’Iran tutela i diritti delle donne e tiene processi equi». Si, sembra davvero incredibile, ma sono proprio queste le parole del nuovo ambasciatore di Teheran, appena strapazzato da Sergio Mattarella durante la consegna delle credenziali. Mercoledì il capo dello Stato gli ha parlato fuori dai denti, esprimendo «la ferma condanna italiana e la mia personale indignazione per la brutale repressione delle manifestazioni di protesta». E il giorno dopo Mohamad Reza Sabouri replica con affabile durezza. «Roma per noi è la porta di accesso all’Europa, però non scambieremo la nostra indipendenza e la nostra sicurezza con niente». Così tocca ad Antonio Tajani fare il punto, davanti alle commissioni congiunte Affari esteri. «Speravamo che ci fosse un cambiamento, dopo la liberazione di Alessia Piperno, ma quel segnale non ha avuto seguito. Il ricorso arbitrario alla pena capitale rende sempre più difficile un dialogo costruttivo».

    Quasi 20mila in galera, 500 morti negli scontri di piazza, oltre cento le condanne capitali dopo processi lampo. E violenze sessuali quasi sistematiche contro le manifestanti arrestate. «La repressione in Iran ci lascia sgomenti – dice Tajani – La nostra posizione è chiara e netta. In linea con il Parlamento e con le parole del capo dello Stato e del presidente del Consiglio, chiediamo la cessazione immediata dell’oppressione e una moratoria della pena di morte». I rapporti sono al minimo storico, però «per uno stop alle relazioni diplomatiche con Teheran occorre un’intesa con gli alleati». Situazione comunque pesantissima. E non basta «la cieca repressione del dissenso», o la «linea rossa superata» da tutti quei ragazzi mandati a morte dai tribunali. Il governo, spiega il ministro degli Esteri, «è molto preoccupato anche per il progressivo allineamento dell’Iran alla Russia, con la fornitura di droni utilizzati nel conflitto con l’Ucraina». A questo punto serve una risposta europea, infatti «stiamo lavorando a un quarto pacchetto di sanzioni Ue per continuare a lanciare un messaggio inequivocabile di condanna».

    L’Italia inoltre «si augura» che possa ripartire presto il negoziato «per il ripristino dell’accordo sul nucleare, che rappresenterebbe una conquista importante nel contrasto alla proliferazione» di armi atomiche. Vista l’aria che tira, è meglio non coltivare troppe speranze. In ogni caso, assicura il ministro degli Esteri, «non baratteremo il nucleare con i diritti umani», però «non possiamo dire non parliamo di nucleare finché l’Agenzia internazionale per l’energia atomica punta a controllare quanto succede in Iran: il mondo intero sta dialogando, non solo noi, non è una posizione di debolezza».

    La trattativa langue ma per Sabouri «se ci fosse una reale volontà, un accordo sarebbe a portata di mano». Quanto ai droni ai russi, sì, è vero, ma non sono quelli di cui si parla. «Anche noi abbiamo protestato con Mosca e ci hanno risposto che non sono stati usati in Ucraina. Noi non stiamo ne con l’Est ne con l’Ovest». L’ambasciatore nega pure tutto il resto. Le proteste? «Sono ammesse purché pacifiche». Il dissenso? «La libertà di parola e di pensiero è uno dei valori dell’Islam». I processi? «Sono regolari. A chi non può permetterselo viene fornito un avvocato». Le vittime? «Solo 300». Gli stupri? «Il procuratore generale ha disposto indagini». I rapporti con l’Italia? «Pure noi compiamo errori. L’Iran è pronto ad accogliere know how e tecnologia, però ci aspettiamo un atteggiamento più costruttivo».


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