• L’Italia doppia la crescita Ue. Ora giù le tasse e più riforme

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    È una buona cosa che l’economia italiana stia faticosamente rialzando la testa. Confermando i dati già diffusi dall’ente nazionale di statistica, Eurostat ha rilevato che nel secondo trimestre il Pil italiano sarebbe cresciuto dell’1% (sopra la media dell’eurozona, che si attesta allo 0,6%) contro lo 0,5% raggiunto dalla Francia e una Germania che mostra un Pil invariato.

    È ovvio che queste cifre vanno lette alla luce del fatto che veniamo dal crollo rilevante del 2020 a causa della pandemia, ma è comunque opportuno chiedersi cosa si debba fare per rafforzare la tendenza in atto: dato che ogni persona ragionevole sa bene come questa ripresina non possa avere un futuro se non si mette subito mano a quanto vi è di più urgente. E la lista delle cose da fare, purtroppo, è sempre la stessa.

    C’è infatti bisogno di ridurre la pressione fiscale, ma con serietà: non aggravando il debito (già ora altissimo), ma operando tagli alla spesa pubblica. Sono numerose le uscite che possono essere eliminate, senza che questo comporti un peggioramento della situazione generale. In effetti, un ridimensionamento dello Stato è indispensabile per allargare la platea di quanti sono produttivi e restringere l’area del parassitismo.

    In tal senso, le aspre discussioni pre-elettorali in tema di reddito di cittadinanza sono positive, ma questa misura assistenziale deve diventare il simbolo di un insieme molto più vasto di altri interventi, che danneggiano coloro che sono costretti a finanziarli, ma anche quanti ne sono formalmente beneficiari. Quel misero 1% in più del Pil rimarrà tale o sarà addirittura annullato se non si farà tutto il possibile per far crescere la cultura del lavoro e dell’impresa, ma un simile obiettivo si può raggiungere soltanto se l’universo statale e parastatale viene in qualche modo ridimensionato.

    Uno Stato più modesto, per giunta, deve essere anche uno Stato che rinuncia a regolare ogni attività e non intralcia quanti hanno voglia di fare e intraprendere. È quindi urgente che al più presto si avvii un cantiere per la liberalizzazione dell’economia: perché solo per fare un esempio non ha senso che in Italia per spostare un muro divisorio interno ci si debba rivolgere agli uffici del Comune, mentre in Germania non è così. Finché saremo il Paese delle mille carte e dei mille sportelli, non avremo un futuro.

    C’è poi la necessità che ogni scelta nella giusta direzione, che lasci più soldi in tasca a chi lavora e restituisca libertà d’azione a chi ne è privo, venga resa il più possibile stabile, così che nessuno possa riportare indietro le lancette dell’orologio. In effetti, gli imprenditori hanno bisogno di spazi di mercato, ma anche e soprattutto di regole certe. Ogni investimento guarda al futuro e per questo motivo i protagonisti dell’economia devono sapere entro quale universo legale si troveranno a operare tra cinque oppure dieci anni. Ora non è così, dato che qualunque regola posta a protezione della società può essere facilmente sovvertita.

    In tal senso quando nel dibattito politico si discute di giustizia si tende a dimenticare la giustizia civile, mentre per la nostra economia è cruciale che il sistema giuridico delinei un quadro non manipolabile.

    La situazione complessiva resta fosca: soprattutto in tema di guerra ed energia. Questo, però, non deve rappresentare un alibi per non fare nulla. È positivo che la fine anticipata della legislatura ci abbia risparmiato una finanziaria volta a comprare i voti di varie categorie con bonus o altre mance elettorali. Adesso, però, si tratta di individuare quelle scelte strategiche che possono rimettere davvero in carreggiata il mondo delle imprese e delle famiglie.


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