L’Ue si spacca sui migranti, ‘ma non finanzieremo muri’

Ott 23, 2021

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    (di Patrizia Antonini)

    BRUXELLEST – “L’Ue non finanzierà muri o filo spinato alle sue frontiere esterne”. Lo stop è arrivato direttamente dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che senza tentennamenti ha fermato il nuovo tentativo di assalto alla diligenza dei fondi comunitari al vertice dei leader Ue. Una discussione “tesa” quella sulla migrazione, che ancora una volta ha messo in luce le spaccature interne all’Unione e fatto slittare di alcune ore la conclusione dei lavori. Un dibattito però che pur tra mille difficoltà ha dato motivo di “soddisfazione” a Mario Draghi, lasciando intravedere una “finestra di opportunità politica” anche al presidente del Consiglio Charles Michel.
        “Sono molto soddisfatto di come si è conclusa la discussione su questi punti. Il testo originario parlava solo di limiti ai movimenti secondari dei migranti senza citare l’equilibrio tra responsabilità e solidarietà. Il documento attuale ha introdotto questo concetto”, ha affermato Draghi in conferenza stampa, spiegando che “per una strana eterogenesi dei fini, quello che doveva essere un paragrafo sul finanziamento dei muri non contiene questa possibilità ma ha aperto uno spiraglio sulla discussione sul Patto di asilo e di migrazione”, in stallo da un anno. Un dibattito che ora si spera possa riprendere lo slancio necessario (pur tenendo conto delle elezioni di primavera) con l’arrivo della Francia di Emmanuel Macron alla presidenza di turno del Consiglio Ue, a gennaio.
        In particolare a spingere per un riequilibrio delle conclusioni sui movimenti secondari dei migranti in cerca di lavoro – tema che affligge in particolare Belgio, Olanda, Francia e Germania – è stato Pedro Sanchez. Lo spagnolo si è buttato nella mischia di quanti volevano la riformulazione del testo delle conclusioni. Così tutti, o quasi, hanno ottenuto qualcosa: sia chi puntava a risorse adeguate per i Piani di azione con i Paesi Terzi “su tutte le rotte migratorie”, sia quelli che volevano un linguaggio più forte contro gli “attacchi ibridi” del regime di Minsk con la previsione di “nuove sanzioni”. Un’apertura c’è stata anche sulla richiesta del lituano Gitanas Nauseda a rivedere il codice Schengen.
        A mani vuote sono rimasti invece quanti spingevano per ottenere le risorse Ue per recintare i confini esterni. A dilungarsi in disquisizioni del tipo “se il filo spinato possa essere equiparato ad un’infrastruttura e quindi eleggibile per ottenere le risorse comunitarie” sono scesi in campo la Slovacchia, la Lituania (con un riferimento alla lettera firmata da dodici Stati membri non più tardi di due settimane fa), la Danimarca, e l’Austria del nuovo cancelliere Alexander Schallenberg, al suo debutto nel club dei 27.
        “Lascio questa Unione europea in una situazione che mi preoccupa. Abbiamo superato molte crisi, ma abbiamo una serie di problemi irrisolti”, ha detto invece Angela Merkel, la grande mediatrice al suo ultimo vertice, che nei 16 anni di guida della Germania ne ha totalizzati 107 su 214. Tra le controversie citate dalla leader, proprio la migrazione e lo stato di diritto.
        Il polacco Mateusz Morawiecki – ieri sul banco degli imputati per la sentenza della Consulta di Varsavia contro i Trattati Ue – pur sostenendo i muri alle frontiere almeno al secondo giorno di vertice ha cercato di tenere un basso profilo. La mediazione di Merkel ha fatto prevalere la linea del dialogo rispetto all’avvio immediato del meccanismo che lega l’erogazione dei fondi dal Bilancio Ue e dal Recovery al rispetto dello stato di diritto. Ma certo il suo incontro con la presidente del Rassemblement national Marine Le Pen, arrivata in città per una passerella, non è passato inosservato. E neppure quello del premier sloveno Janez Jansa, presidente di turno della Ue, già al centro di polemiche per le sue prese di posizione illiberali.
        “Se diventerò presidente voglio proporre un referendum dove si prevedono delle riforme costituzionali sulle politiche migratorie per difendere la sovranità francese – ha fatto sapere Le Pen -. Il nostro modello è democratico, con i popoli che sono sovrani delle loro nazioni”.
       


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