• L’ultima boutade di Letta: “I veri patrioti siamo noi”

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    Il segretario del Pd Enrico Letta ha scelto di riformare il vecchio adagio di Giulio Cesare. Quel fatidico “se non puoi batterli unisciti a loro” i dem lo hanno trasformato in “se non puoi batterli parla come loro”. Il riferimento è alla sorprendente parola chiave che Letta ha scelto per invitare con un’intervista al Sole 24 Ore gli elettori a votare Pd: “patriottismo”.

    Visto che il suo antagonista, Giorgia Meloni, sul sentimento di amor patrio ha fondato un intero progetto politico, Letta ha raschiato così tanto il fondo del suo barile che ha deciso di guardare in quello degli altri, modulando il suo concetto di patriottismo proprio nel modo più confusionario possibile: “Quello di chi persegue l’interesse della nazione ben sapendo che esso passa dall’Europa – spiega Letta -. Europeismo è patriottismo. Credibilità è patriottismo. Reputazione internazionale è patriottismo. Chi fa impresa lo sa. Attenzione: la difesa della patria attraverso il ritorno al sovranismo e al nazionalismo è il più grande inganno di questa epoca. Noi siamo orgogliosamente e ostinatamente dall’altra parte”.

    Per non confondersi con la Meloni, il Pd, a ben guardare, potrebbe ribattezzarsi “Fratelli d’Europa”, anzi, “Fratelli dell’Unione europea” visto che sono gli inventori del mantra “ce lo chiede l’Europa” per introdurre in Italia tutte le più draconiane misure messe a punto a Parigi e Berlino. E sono anche gli stessi che, denunciando l’ingerenza fantasma di Paesi extraeuropei sull’Italia (Russia in primis), accettano di farsi dettare le agende politiche da Francia e Germania.

    Agende che, indorate di europeismo, altro non sono che ricette antitaliane. Il patriottismo di Letta, difatti, è quello dell’immigrazione incontrollata e dell’accoglienza basata sul Regolamento di Dublino, noncurante del fatto che la Francia, a Ventimiglia, gli immigrati irregolari ce li respinge. È quello delle foto social col fondatore della Ong Open Arms, Oscar Camps, pochi giorni prima che l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini finisse a processo per essersi opposto a uno degli sbarchi organizzati dagli spagnoli. È quello del fango sugli alpini, della cancel culture e della vendita di tutto ciò che è italiano alle aziende straniere.

    E non potrebbe essere altrimenti, visto che “il patriota” Letta, durante i suoi anni sabbatici in Francia, di rapporti con le élite dell’Eliseo ne ha stretti parecchi, come pure di legami con i cinesi. Oltralpe è stato presidente dell’istituto Jacque Delors, che lanciava appelli trionfalistici con incipit come: “Siamo europei, come centinaia di milioni di nostri compatrioti, perché pensiamo che l’Europa sia il nostro destino, il nostro progetto e la nostra speranza”. Della parola Italia nessuna traccia.

    Da Parigi Letta osservava senza particolari commenti critici gli affari d’oro tra Francia ed Egitto, con i primi che vendevano ai secondi mezzi militari per 8 miliari, mentre l’Italia richiamava l’ambasciatore a Il Cairo per il caso Regeni. Oppure gli accordi saltati tra Fincantieri e Stx. O ancora gli assalti di Vivendi alle aziende italiane. Ma la lunga esperienza di Letta nelle aziende straniere non si ferma in Francia. È stato co-presidente di ToJoy Western Europe, una consociata di ToJoy, gruppo cinese impegnato su molti fronti e soprattutto nella realizzazione della Via della Seta, il mega-progetto lanciato dal politburo del Partito comunista cinese a cui l’Italia ha spalancato le porte grazie all’allora Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, che in queste elezioni è stato raccattato… dal Pd.

    Per Letta, insomma, patriottismo equivale a sostituire il tricolore con la bandiera dell’Ue e l’Inno di Mameli con quello alla gioia, sedendo sempre in posizione di subalternità rispetto alle priorità strategiche degli altri e sacrificando volentieri quelle italiane a beneficio di chiunque arrivi persino da fuori i confini del Vecchio Continente (Russia a parte). Nel patriottismo di Letta per l’inno italiano proprio non c’è posto, forse perché, chissà, si sarà stancato di pronunciare ogni volta il nome del partito che odia: Fratelli d’Italia.


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