L’ultima della Moratti per sedurre la sinistra “Sono pentita di aver detto no al Gay pride”

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Milano. Né con te, né senza di te. Sembra il classico caso di un rapporto politico irrisolto, quello fra Letizia Moratti e il centrosinistra. Il tormentone va avanti, e il Pd continua a collezionare defezioni e contraddizioni: ieri si è candidato Pierfrancesco Maran, ma si è chiamato fuori il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono, e prima era toccato a Carlo Cottarelli e Giuliano Pisapia. Brucia energie preziose, il primo partito della coalizione, spreca tempo, e ne ha poco. Chiede le primarie di coalizione a metà dicembre, per le Regionali che potrebbero essere celebrate a febbraio. Eppure non sa decidere, non riesce a stare né con Moratti né senza di lei.

Si è infilato in un bel pasticcio il Pd: non può pensare di legare il suo destino a quella che fino a dieci giorni fa era la numero due dell’odiato centrodestra regionale, ma non riesce neanche a prescinderne, anche se Moratti qualche giorno fa si è lanciata in un’impaziente corsa per il cosiddetto Terzo polo. Il sostegno di Carlo Calenda e Matteo Renzi chiaramente non le basta, e sta facendo di tutto per convincere gli avversari di un tempo a sostenerla.

L’operazione non si può dire che manchi di disinvoltura. Ieri Moratti ha rilasciato una nuova intervista (a Qn) per convincere i «Dem». «Dobbiamo uscire dagli schemi che guardano al passato» ha garantito. «Le ideologie non possono più avere spazio». Non sa più cosa dire. «Contro una destra che alza muri, dobbiamo costruire ponti», proclama.

La scorsa estate si proponeva come candidata del centrodestra, si aspettava «una risposta del centrodestra», con «lealtà e coerenza», faceva accreditare la sua «rete» come «valore aggiunto nel centrodestra», si rivolgeva ai leader del centrodestra. E oggi spiega che ci troviamo di fronte a «un centrodestra che ha tradito se stesso», confessa di essere pentita di non aver mai concesso, da sindaco, il patrocinio al Gay pride, e si giustifica sostenendo di aver «dato retta alla parte più conservatrice della maggioranza». Addirittura avverte che la Lombardia «ha perso la peculiarità di essere motore del Paese», meritandosi la risposta del governatore Attilio Fontana, che la invita a non scherzare col fuoco (la credibilità della Regione più forte d’Italia). «Credo che dovrebbe stare attenta a fare certe affermazioni che offendono tutti i lombardi» suggerisce il presidente, fresco di un’investitura ufficiale di tutta la coalizione, che lo ha preferito a quella che era la sua vice e – intanto – la sua sfidante.

Da aspirante candidata del centrodestra, Moratti in pochi giorni si è trasformata nella auto-designata guida di un fronte civico-progressista che si incarica di salvare la Lombardia (e il Paese) dal centrodestra. Ce ne corre. E non a caso si moltiplicano le perplessità. Ma va avanti. Chi mostra imbarazzo è il Pd, che non può sostenerla se non vuole perdere la faccia, ma teme di finire schiacciato fra Terzo polo e i 5 Stelle, destinati a un’altra corsa in solitario e liberissimi di definire «imbarazzante» il corteggiamento del Pd.

Il capogruppo regionale, Fabio Pizzul dice apertamente che la «strada» è «sedersi al tavolo» con la ex nemica e «verificare la sua disponibilità a costruire un’alternativa alla Lombardia che abbiamo conosciuto in questi anni». Per tutta risposta, il (suo) consigliere, Jacopo Scandella dichiara di considerare la candidatura di Moratti «incompatibile con Pd e incompatibile con un modello di cambiamento», ritiene che la sua candidatura «non sia vincente in nessuno scenario: divide il centrosinistra ed è screditata nel centrodestra». In effetti, la ex sindaca potrebbe non «rubare» voti alla sua destra e perderli a sinistra, dove dal tempo della sfida con Pisapia si è sedimentata molta ostilità. Intanto, non sapendo bene che fare, il segretario regionale Vinicio Peluffo ha convocato per ieri sera la riunione della coalizione di centrosinistra per indire le primarie. Imbarazzante, per una volta è il realismo dei 5 Stelle che calza a pennello.


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