M5s non vota con l’alibi inceneritore. “No” di SuperMario allo scostamento

Mag 3, 2022

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    Lo sguardo glaciale, un piccolo colpo di tosse, il sorrisetto sibilante che ormai è il suo marchio di fabbrica. No, nessuno scostamento di bilancio, si interviene con quello che c’è in cassa, che stavolta non è poco: sul tavolo infatti ci sono 14 miliardi di aiuti, il doppio del previsto alla vigilia. E se l’Europa, se le condizioni generali macroeconomiche, se eccetera eccetera, allora vedremo, «saremo pronti». Del resto, fa notare Mario Draghi, dall’inizio della crisi energetica il governo ha già trovato trenta miliardi per le famiglie e le imprese. Ora il taglio delle accise e la riduzione dell’Iva sul gas, sommati alla tassa extra profitti delle grandi imprese, «sosterranno la nostra economia».

    Ma poi ecco la protesta grillina: il M5s, per ordine di Conte, non vota il decreto perché si parla di un inceneritore a Roma. «La norma – sostengono – contraddice la transizione ecologica e non c’entra con la sicurezza energetica». Pd furiosi. I sindacati, i rappresentanti dei partiti della maggioranza riuniti in cabina di regia, i ministri, uno dietro l’altro a reclamare maggiori risorse, sforando il limite di bilancio programmato. Dopo lunghe trattative, i sette-otto miliardi in più sono spuntati fuori e i partiti sono stati accontentati. Ma il no del premier allo scostamento è rimasto, fermo come la linea del Piave. Non è il momento, ha spiegato, dobbiamo vedere che succede. Palazzo Chigi e il Mef sono infatti in attesa di capire se la Ue varerà un Energy Recovery Fund, se e come Bruxelles aggiornerà le linea guida per l’utilizzo dei miliardi del Pnrr, o se si riuscirà ad arrivare a stabilire un tetto europeo al prezzo del gas. E si aspettano pure le stime e i paramenti su cui stanno lavorando Ocse e Fmi. Ma al di là delle ragioni tecniche, dietro il muro di Draghi c’è una politica: il premier vuole bloccare sul nascere il partito trasversale della spesa. La legislatura durerà un anno, la guerra ha cristallizzato lo status quo, nessuno ha la forza per provocare la caduta immediata dell’esecutivo. Tutti i leader si preparano però alle prossime elezioni e cercano battaglie identitarie, posizioni diverse, soldi da spendere o da promettere.

    Come si è visto con lo strappo grillino, il rischio e di trovarsi una maggioranza litigiosa e di impantanarsi proprio quando bisogna accelerare sulle riforme dalle quali dipendono i miliardi del Pnrr: giustizia, Pa, commercio. Per non parlare della Finanziaria. «Governerò secondo il mandato del presidente della Repubblica». Draghi non consentirà assalti alla diligenza.


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