Ma secondo i dem gli sbarchi sono inevitabili: “Vanno solo gestiti”

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Parola d’ordine: accoglienza, sempre e comunque. La politica dei «porti aperti», per il Pd, è una precondizione quando si parla del tema immigrazione. Ma poi? Le soluzioni sono varie e concretamente difficili da attuare.

L’immigrazione, infatti, viene visto dai democratici come un fenomeno inevitabile. «Chi pensa che si debba lavorare con i Paesi d’origine fa solo narrazione, storytelling perché i flussi migratori sono una caratteristica necessaria della nostra umanità», spiega Mauro Berruto, ex ct della nazionale maschile di pallavolo e neo-deputato dem che, da ex studente di antropologia culturale, è convinto che «la capacità di migrare sia il motivo per cui abbiamo visto garantita l’evoluzione umana». Paolo Ciani, esponente della comunità di Sant’Egidio eletto alla Camera tra le fila del Pd, rilancia i corridoi umanitari e chiede «un coordinamento europeo delle frontiere del Sud rispetto al tema del ricollocamento» perché «non dobbiamo subire, ma gestire l’immigrazione con accordi bilaterali con i vari Stati africani e attuare un flusso legale degli immigrati». E aggiunge: «Dobbiamo porre degli uffici europei nelle ambasciate dei Paesi di provenienza così che vi possa entrare legalmente in Europa e non attraverso gli scafisti». Anche il deputato Walter Verini pone l’accento sulla necessità integrare i migranti «perché, come ha detto Bonomi, l’Italia ha bisogno di tanti lavoratori». Non ci sono alternative: «In maniera regolare e organizzata dobbiamo essere un Paese che accoglie», sentenzia Verini, fermamente convinto che «se usiamo umanità e solidarietà abbiamo titoli per chiedere all’Europa di fare la propria parte». L’immigrazione, sostiene il deputato dem, non è un’emergenza, ma solo «un’arma di distrazione di massa che il governo usa per nascondere le difficoltà sui temi economici». L’unica soluzione, quindi, è «considerare l’Europa un’amica e dare l’esempio perché non possiamo fare a pugni con la Francia, non abbiamo il fisico», chiosa Verini. Il suo collega di partito, Andrea De Maria, non ha dubbi: «Il Pd è un partito serio, di governo, che difende l’Italia e i valori costituzionali che uniscono la nostra comunità. Siamo pronti a fare la nostra parte come abbiamo sempre fatto».

Ad entrare nel dettaglio delle «ricette» del Pd è Enrico Borghi, responsabile del dipartimento sicurezza del partito, che anzitutto propone «costruire corridoi umanitari per togliere dai mercenari le rotte dell’immigrazione» e di «modificare il Trattato di Dublino, andando nella direzione di quanto fatto nei confronti dei profughi ucraini». In sintesi: redistribuzione, incrocio tra domanda e offerta di lavoro, asilo politico e rimpatri assistiti. Per arrivare a questo traguardo, dice Borghi, serve «una azione politico-diplomatica adeguata che oggi non esiste dato che siamo passati dal treno di Kiev all’asse con Malta, Cipro e la Grecia senza la Spagna».

Queste soluzioni, però, vanno in netto contrasto col Memorandum che l’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, aveva stipulato con la Libia. «Non rinnego niente, ma il Memorandum è superato dato che in Libia vi sono dei veri e propri lager. Ma l’idea di cooperare con gli Stati che affacciano il Mediterraneo è giusta», sottolinea Verini, preoccupato che l’Europa lasci ai singoli stati (leggasi Francia e Turchia) il compito di stabilizzare la Libia. Anche Borghi non rinnega nulla, ma «oggi sono profondamente mutate le condizioni del 2017» perché all’epoca «si andava verso una stabilizzazione della Libia, che purtroppo non c’è stata. In queste condizioni serve con urgenza il rilancio di una iniziativa multilaterale con un impegno vero e forte dell’Unione Europea», ribadisce Borghi che teme il rischio di continuare «ad essere spettatori e a subire le scelte altrui». Da qui nasce la necessità, secondo Borghi, di «portare sul piano europeo il lavoro che fece il ministro Minniti a suo tempo, con un codice di regolamentazione delle ONG e con la capacità dell’UE di intervenire per il soccorso in mare».


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