• “Mafiosi e terroristi non avranno tregua: li prenderemo tutti”

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    La giornata perfetta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, uno degli uomini del momento. La telefonata ricevuta da Palermo con la notizia dell’arresto del latitante più pericoloso d’Italia, poi le congratulazioni dirette del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e una valanga di messaggi di esultanza dalle istituzioni e dai leader politici. Telefonate e messaggi ininterrotti al suo cellulare tra un volo aereo Roma-Istanbul-Palermo e lo svolgimento di una missione di Stato. Nel pomeriggio l’incontro in Turchia con l’omologo Suleyman Soylu, dedicato non solo al contrasto dell’immigrazione clandestina, ma anche a un nuovo protocollo contro il terrorismo e i crimini legati alla droga. Poi nel tardo pomeriggio l’arrivo nel capoluogo siciliano per incontrare i protagonisti del blitz contro il capo di Cosa Nostra nella caserma dei carabinieri del Ros e fare il punto sull’operazione. Il titolare del Viminale ha risposto anche alle domande del Giornale.

    Ministro Piantedosi, il capo dello Stato e tutti i leader politici hanno detto che la cattura di Messina Denaro è una festa per l’Italia. A chi vanno i meriti?

    «Ai magistrati, ai carabinieri, a tutti gli uomini e alle donne delle forze di polizia che ogni giorno combattono il crimine e tutelano l’ordine e la sicurezza. A loro deve andare la gratitudine del Paese per questo straordinario risultato e per il silenzioso e difficile lavoro che svolgono ogni giorno anche a prezzo di molti sacrifici e rischi».

    Da quanto tempo sapeva che lo Stato aveva individuato il boss?

    «L’individuazione e la cattura mi sono stati comunicati stamattina al momento dell’arresto. Da qualche tempo registravo ottimismo. Sapevo che il cerchio si stava stringendo e che c’erano alcune prospettive di lavoro».

    A chi pensato subito quando l’hanno informata sulla cattura?

    «Ho pensato ai familiari di Dalla Chiesa, di Cassarà, Basile, Giuliano, Falcone, Borsellino e tanti altri poliziotti, carabinieri e magistrati. Abbiamo scambiato messaggi con la signora Montinaro. Avevamo fissato un appuntamento per questa settimana. Non vedo l’ora di abbracciarla in rappresentanza di tutti familiari delle vittime di mafia».

    L’altro lato della medaglia. Com’è possibile che un boss pluriricercato possa mimetizzarsi per trent’anni nella sua città? Cosa sfuggiva agli investigatori e di quali protezioni ha goduto?

    «È un tratto comune a molte altre catture di latitanti avvenute nel passato. È evidente che il muro di omertà e di connivenze è stato pazientemente scardinato anche in questo caso dalle forze di polizia. Le analisi che seguiranno potranno chiarire alcune cose anche da questo punto di vista».

    Quel è il prossimo obiettivo nella lotta alla mafia?

    «Il fenomeno dei latitanti e dei criminali che si sono sottratti alla giustizia riguarda la mafia ma anche il terrorismo. Entrambi i fenomeni hanno segnato le pagine più buie del nostro Paese. Non guardo a chi sarà il prossimo ma a che si prosegua incessantemente nella giusta direzione di assicurare prima o poi tutti alla giustizia».

    Per il governo è un successo innegabile. Quale ruolo ha giocato questo esecutivo rispetto a quelli precedenti sulla lotta alla mafia?

    «Rispetto alla consolidata professionalità delle nostre forze dell’ordine, ogni governo che si succede può avere il solo compito di favorire le condizioni ideali perché esse possano lavorare nel migliore dei modi. Il governo Meloni, fin dai primi passi mossi in questi mesi, ha lanciato messaggi importanti circa il fatto che la lotta alla mafia sarà sempre una priorità per un esecutivo che ha al primo posto in agenda il rispetto della legge».


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