• “Mai preso ordini…”: così Conte nasconde le ombre di Mosca e Pechino

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    Giuseppe Conte riveste l’abito da statista e rivendica di essere l’unico leader politico italiano con la schiena dritta in campo internazionale. “Non discuteremo la nostra collocazione euroatlantica ma è importante la postura” in quei consessi, ha dichiarato l’ex presidente del Consiglio in una conversazione con Radio 24. “Non prendo ordini da Washington“, ha aggiunto, rivendicando i distinguo sulla linea della fermezza del governo Draghi durante la crisi ucraina. Il presidente del Movimento Cinque Stelle ha poi aggiunto: “Sono l’unico leader politico che non va a prendere ordini. Sono leale con tutti i nostri alleati, ma difendo gli interessi nazionali in modo vero, non faccio come Meloni che va a Washington a raccomandarsi per governare e poi parla di interesse nazionale. Do per scontato che non siamo un Paese a governabilità limitata“.

    Conte affonda direttamente contro Giorgia Meloni, di recente intervista anche da Fox News, e fa riferimento alle visite a Washington che la leader di Fratelli d’Italia ha compiuto dal 2019 a oggi. Tre, per la precisione: la prima, nel marzo 2019, per parlare alla Conservative Political Action Conference di Washington, uno dei massimi eventi legati al Partito Repubblicano; la seconda, nel febbraio 2020, per partecipare al 68esimo Prayer Breakfast del Congresso americano; l’ultima, nel febbraio scorso, nuovamente per il Cpac. Per Conte queste visite sono un tentativo di accreditamento, anche se la diplomazia politica e partitica tra le due sponde dell’Atlantico è consolidata da tempo tanto sul fronte della destra quanto su quello della sinistra e, va aggiunto, Giorgia Meloni è anche presidente di un gruppo politico europeo, quello dei Conservatori e Riformisti (Ecr). Il piglio da statista tenuto dall’ex premier, in quest’ottica, appare decisamente fuoriluogo se guardiamo al ruolino di marcia della sua politica estera.

    Conte è stato euroscettico e populista (a parole) prima, garante dell’europeismo ortodosso poi. Conte è il presidente del Consiglio che nel marzo 2019 ha firmato il memorandum di adesione dell’Italia alla Nuova via della seta, l’uomo che ha aperto relazioni con la Cina tanto cordiali e pompose nei toni quanto cosmetiche nei fatti ma al contempo si è dichiarato fermo alleato del presidente Usa Donald Trump nell’era gialloverde. Mentre flirtava con Pechino non capendo la portata epocale del confronto Usa-Cina, Conte professava la sua massima fedeltà atlantica, parlava di “cabine di regia” congiunte sulla Libia. Salvo poi tornare nuovamente indietro sui suoi passi e rompere l’asse con Washington sul caso del riconoscimento di Juan Guaidò in Venezuela.

    Conte fu definito da Politico “la “cheerleader di Trump” nei primi mesi del suo mandato. Dopo l’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca, da capo di una coalizione progressista come quella a trazione M5S-Pd ha provato, ricorda Dagospia, “ad intestarsi una tardiva amicizia con il nuovo presidente”. Addirittura, mentre si consumava la fine del suo secondo governo, Conte dichiarò: “L’agenda Biden è la nostra agenda”. Come terminò la vicenda lo ricordiamo bene. Finì malissimo, con il neopresidente americano che, nel primo giro di telefonate dalla Casa Bianca, nella giornata del 20 gennaio 2021, chiamò tutti (Regno Unito, Francia, Germania, Giappone, Israele) ma non il premier italiano, da lì a breve sostituito da Mario Draghi.

    Conte è riuscito dunque a essere ritenuto un leader poco affidabile a Washington per i suoi flirt con la Cina, a sottovalutare la sfida di Pechino al campo euroatlantico e a minare la posizione dell’Italia senza per questo acquisire un briciolo dell’influenza che, siglando con Xi Jinping partnership commerciali non vincolanti strategicamente, hanno conseguito Angela Merkel e Emmanuel Macron. E sul fronte dei rapporti con la Russia? Conte ha condannato l’aggressione dell’Ucraina, pur mantenendo i distinguo sul sostegno a Kiev. Ma sul fronte politico-diplomatico, anche la sua gestione dei rapporti con Mosca è stata in chiaroscuro.

    La visita dell’ottobre 2018 di Conte alla corte di Vladimir Putin portò addirittura all’impegno russo di acquistare titoli di debito italiani in una fase in cui Roma era impegnata nel negoziato per veder approvata la sua manovra finanziaria, forse il maggior risultato di Conte in politica estera; poco o nulla avrebbe potuto fare per rompere l’accerchiamento economico di Roma in caso di rottura con Bruxelles. Pochi mesi dopo, nel luglio 2019, fu Putin a essere ospitato a Roma. Grandi dialoghi, cene di gala, accordi e una road map per il superamento delle sanzioni annunciata da Conte. Il quale venti giorni dopo, però, incalzò l’alleato di governo Matteo Salvini sui presunti fondi russi alla Lega dopo lo scoppio dello scandalo Metropol. Con il ritorno della coalizione M5S-Pd, in quest’ottica, ogni discorso sul superamento delle sanzioni si chiuse. E ci fu solo il complesso colpo di coda della missione militare-sanitaria Dalla Russia con Amore su cui nei mesi scorsi si è aperta una grande discussione tra politica, media e intelligence circa la presunta natura “biopolitica” dell’operazione russa di contrasto al Covid-19 in Italia a cui Conte avrebbe dato, con ingenuità, troppo spazio d’azione.

    In sostanza Conte è apparso ininfluente verso la Russia, ondivago in campo europeo, scostante e ingenuo con la Cina, eccessivamente ambiguo verso Washington durante i suoi due anni e mezzo di governo. Non possiamo registrare che un ruolino di politica estera ben distante dalla visione di leader “leale”, difensore coerente degli interessi nazionali. Un leader che non importa se abbia preso ordini o meno: è stato eccessivamente ambivalente, fumoso e umorale nelle sue decisioni. Gestendo la politica estera con il piglio dell’avvocato che prova a mediare ogni prova più che con quello del politico navigato. L’Italia di Conte è stata, a tutti gli effetti, un Paese a governabilità limitata anche e soprattutto per il fatto che la politica estera è stata usata dall’avvocato foggiano con l’obiettivo di perpetrarsi al potere e tenere unite le sue mutevoli coalizioni. E subordinare a esigenze di palazzo la strategia condivisa del Paese è ciò di più distante dalla lotta per l’interesse nazionale di cui Conte si fa, a parole, portavoce.


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