Manovra, ecco le tre strade per avere un fisco più leggero

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Una linea conservativa, una riformista e una liberista. Sono le tre differenti visioni di politica fiscale espresse negli ultimi giorni dal ministro dell’Economia Giorgetti, dal presidente di Confindustria Bonomi e nella maggioranza da Lega e Forza Italia. Sono soluzioni differenti a problemi concreti che meritano un approfondimento.

Nei prossimi dieci giorni il governo è chiamato alla scrittura della legge di Bilancio. Da quello che è noto circa 21 miliardi saranno impiegati per prorogare anche all’inizio dell’anno prossimo le misure contro il caro-energia. Le altre risorse per intervenire su altri capitoli saranno recuperati attraverso opportune rimodulazioni della spesa. Dopo la modifica dell’aliquota del Superbonus (dal 110% al 90), sarebbero allo studio correttivi al reddito di cittadinanza, garantendolo a chi non ha la possibilità di lavorare, per ricavare fino a un miliardo. Lo stesso discorso varrebbe per il tema pensioni: Quota 41 sarebbe ritenuta un possibile punto di partenza per evitare il ritorno alla legge Fornero ma probabilmente con un correttivo anagrafico (62-63 anni) e una penalizzazione legata all’uscita anticipata sul modello Opzione Donna e Ape social di cui è attesa la riconferma. Per questo motivo il Tesoro starebbe studiando anche la possibilità di incentivare chi resta al lavoro, rinunciando all’uscita anticipata, lasciando in busta paga parte dei contributi con un incremento della retribuzione fino al 10 per cento. Il combinato disposto di maggiore inflazione e indicizzazione avrà un impatto di oltre 50 miliardi sulla spesa pensionistica al 2025. Dunque, non si può esagerare.

Per quanto riguarda la riduzione della pressione fiscale, si pensa a un taglio delle tax expenditures per i redditi tra 60mila e 120mila euro (detrazioni spese sanitarie, interessi sui mutui e contributi previdenza integrativa) in modo da finanziare parzialmente il taglio del cuneo fiscale (i 6 miliardi per confermare il taglio di due punti di Draghi), la flat tax fino a 85mila euro per gli autonomi e un primo assaggio di quella sui redditi incrementali cui associare eventualmente una rimodulazione dell’Iva sui beni di largo consumo. Più complesso avviare il quoziente familiare in quanto si dovrebbe rimodulare anche il sistema dell’assegno unico. Ma non è esclusa una sperimentazione. Sempre a costo zero.

Anche la proposta di taglio del cuneo fiscale da 50-60 miliardi del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è a costo zero in quanto chiede di «riconfigurare il 4-5% dei 1.000 miliardi di spesa pubblica» per ottenere 50-60 miliardi di euro da destinare al taglio del cuneo fiscale. A Confindustria non è molto piaciuta la riforma degli scaglioni Irpef, mentre si è sempre dichiarata favorevole a una revisione stringente dei bonus fiscali, del reddito di cittadinanza e di altri sussidi. Bonomi è inoltre fautore di un assoluto rigore nel contenimento della spesa pensionistica. Ne consegue che il corposo taglio del cuneo teorizzato alla stessa maniera del ministro Urso (due terzi al lavoro e un terzo alle imprese) porterebbe benefici monstre se applicato, come ora, sui redditi fino a 35mila euro annui lordi, un po’ più contenuti se «spalmati» sull’universo dei lavoratori dipendenti ma sempre quantificabili in oltre mille euro annui, «mangiati» in parte dal calo delle detrazioni.

Ecco perché, prima o poi, bisognerebbe pensare a una «terza linea» più liberista. L’applicazione della flat tax (al 23% come avrebbe voluto Fi o al 15% della Lega) richiederebbe un periodo congruo di «grazia» per consentirle di esprimere il suo potenziale di spinta alla crescita, con contestuale riduzione del debito. Questo significherebbe ottenere dalla Commissione Ue un po’ di tempo per portare a termine altre riforme (da una riforma integrale delle pensioni al progressivo azzeramento dei bonus). Farlo non è semplice, ma forse bisognerebbe cominciare a pensarci.


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