Matteo, il Colle e il campo di Agramante

Nov 22, 2021

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    A stare appresso alle parole di Matteo Renzi nei giorni della Leopolda scopri che la strategia di Enrico Letta, il cosiddetto «nuovo Ulivo», è fallita. Quel progetto di coalizione non è ancora decollato e già il «campo largo» si è trasformato nel «campo di Agramante»: tutti litigano. Renzi e lo stesso Calenda non vogliono l’alleanza con i grillini, Giuseppe Conte ricambia con gli interessi la cortesia e, intanto, polemizza con Letta. Probabilmente è sbagliato il concetto che è alla base di quell’idea: non si può affrontare il futuro con la mente rivolta verso un passato che, al di là delle retorica di schieramento, aveva già mostrato i suoi limiti. Dal 1994 ad oggi, negli anni in cui ha governato il centrosinistra, ci sono stati nove premier, con il centrodestra uno: il che significa che l’Ulivo è stato sempre un’alleanza mal riuscita.

    Ma, a parte ciò, il «j’accuse» alla Leopolda del leader di Italia Viva ha avuto come bersaglio preferito i dirigenti del Pd. Per la mancata solidarietà sulla vicenda Open li ha addirittura definiti «vigliacchi». Il punto è che il populismo che pervade l’alleanza giallorossa è indigesto per Renzi. È, nei fatti, la negazione della sua storia, come segretario Pd e come premier. Inoltre, quell’anima della sinistra che ha una stretta parentela con i Ds se non con il Pci, considera Renzi alla stregua di un avversario, se non di un nemico. In questo «rapporto malato» viene facile il paragone con Bettino Craxi, che tentò di cambiare il Pci per portarlo sulla sponda del riformismo e fu trattato come il Male assoluto. Per distruggerlo «i compagni» si inventarono la «questione morale» (con seguito di procure) che ora utilizzano con Renzi.

    Per tentare di cambiare i suoi naturali alleati, trasformarli in riformisti, Craxi ebbe un’unica strada: il rapporto con la Dc, cioè con il partito alternativo alla sinistra. Ed è l’unica via che, al di là delle mille suggestioni macroniane, ha Renzi: il dialogo continuo con Forza Italia e le iniziative insieme a Salvini (l’ultima sul ddl Zan) lo dimostrano.

    Ora, per cambiare il Pd e, contemporaneamente, non fare la fine di Craxi, per Renzi l’elezione del nuovo capo dello Stato è fondamentale. Deve essere un nome che non mantenga lo «status quo» sul piano politico-culturale, magari avvii un processo nell’area centrista e, su temi fondamentali come la giustizia, non abbia la stretta parentela con le toghe politicizzate legate da sempre a grillini e Pd. Insomma, qualcuno che garantisca la governabilità e incoraggi il cambiamento. Per cui non può essere una personalità del suo vecchio partito, un personaggio come Gentiloni: Renzi non potrebbe accettarlo «neppure pagato», perché alla fine di quel percorso sarebbe morto. Stesso discorso vale per Mario Draghi, perché il suo avvento al Quirinale avrebbe come conseguenze la caduta del governo e elezioni che potrebbero rivelarsi esiziali per lui. Per cui deve esercitare la fantasia, individuando un nome che disarticoli l’egemonia sui media e sulle procure della sinistra. Una scelta che sarà essenziale per il suo futuro. La memoria è un monito: l’epilogo tragico di Craxi fu determinato anche dalla scelta sbagliata di mandare Oscar Luigi Scalfaro al Colle.


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