• McCarthy perde anche il secondo voto come speaker della Camera Usa

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    Nuovo flop per Kevin McCarthy, che non ha superato neppure la seconda votazione per succedere a Nancy Pelosi come speaker della Camera. I 212 dem hanno votato compatti il loro leader Hakim Jeffries, mentre McCarthy si è fermato ancora a 203 voti perdendone sempre 19 tra i repubblicani, tributati questa volta tutti al ‘falco’ Jim Jordan, anche lui un alleato di Donald Trump.

    Poco prima del voto, lo stesso Jordan aveva esortato i suoi compagni di partito a sostenere McCarthy ma i 19 ‘dissidenti’ hanno votato per lui. Gli alleati di McCarthy hanno spiegato che continueranno con nuovi round di votazioni finche’ non emergera’ una via perche’ sia eletto speaker. Finche’ non avverra’, l’attivita’ della Camera restera’ congelata. 

    Più giovane (età media 46 anni alla Camera e 50 al Senato), più diversiificato  (record di Latinos, primo senatore nativo in quasi due decenni) ma anche più diviso. Il nuovo Congresso Usa, il 118/mo, si è insediato oggi con la tradizionale cerimonia di giuramento, il benvenuto  alle matricole e il primo nodo da affrontare dopo l’era dell’iconica Nancy Pelosi, riaccolta, in veste di semplice deputata, con una standing ovation: la nomina del suo successore, dopo che il Grand Old party ha riconquistato la Camera a Midterm con una maggioranza risicata (222 a 212, un seggio è vacante), mentre i dem hanno mantenuto il Senato con  uno scranno in più. Ma alla votazione per lo speaker, terza carica dello Stato, i repubblicani si sono presentati divisi, con un gruppo di deputati dell’ala più radicale e trumpiana deciso a sbarrare la strada al 57enne californiano Kevin McCarthy. Cinque gli irriducibili ‘No Kevin’, che lo accusano di non essere abbastanza conservatore o che hanno atriti personali con lui: quanto basta per impedire il quorum di 218 voti, dato che i 212 dem hanno sostenuto compatti il loro candidato di bandiera Hakim Jeffries, primo leader afroamericano alla House. I cinque hanno votato per il rivale ultraconservatore dell’Arizona Andy Biggs, sostenuto poi da altrettanti colleghi di partito, mentre 9 hanno votato altri candidati.


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