McDormand, io tra i nuovi nomadi dell’America

VENEZIA – Quando in un bar nel Nebraska a Frances McDormand hanno chiesto se avesse bisogno di un lavoro, l’attrice due volte premio Oscar (Fargo e Tre manifesti a Ebbing, Missouri), molti altri premi tra cui una coppa Volpi a Venezia per America oggi di Robert Altman, è corsa da Chloe Zhao, la regista di Nomadland, felice: “è fatta, funziona, sono Fern”. Si è trasformata ancora una volta in una donna coraggio, una donna che non ha avuto sconti ma che si è messa in cammino, anzi sulla strada, scegliendo di abbandonare la casa ormai vuota dopo la morte del marito, nel paese ormai vuoto di Empire, sperduto nel deserto del Nevada e spazzato via dai cambi economici (si producevano cartongessi, ma ora non si vendono più), e alla guida di un van vintage gira gli immensi spazi americani del West in tutta solitudine.

“Ho viaggiato in sette Stati per cinque mesi – dice l’attrice, moglie di Joel Coen collegandosi dal tinello di casa – e conosciuto questi nomadi che sono una grande comunità in America. Il film voleva rispettare le loro vite, sono stata una presenza discreta, cercavo di capire la verità della loro vita, di immedesimarmi, giocando al ‘se fossi uno di loro’. Cosa mi hanno lasciato in dono? Vuole farmi piangere – dice all’ANSA l’attrice che si commuove – ma rispondo: una grande umiltà”. Entrare nei van di queste persone, aggiunge la Zhao, regista cinese simbolo del nuovo cinema americano indipendente, ma non solo visto che è attesa in sala per un Marvel Movie, The Eternals – “ascoltare le loro vite non è stato poi difficile, erano sorpresi del nostro interesse ma ci tenevano a far conoscere le scelte e lo stile di vita di questa comunità che pur nell’estrema indipendenza dei singoli è una vera e propria comunità che fa rete e si aiuta”.

Il film, fortemente voluto dalla McDormand – un premio a Venezia domani sera? E un destino verso gli Oscar? – mescola attori e non attori, ma questi ultimi, Linda May, Swankie e Bob Wells, veri nomadi sono le persone già contattate dall’autrice del libro-inchiesta da cui tutto è partito, Jessica Bruder (edizioni Clichy). Quanta America di oggi c’è in Nomadland? “Moltissima – risponde all’ANSA l’attrice – le persone che vivono nei van sulla strada sono un fenomeno americano che oggi è diventato gigantesco, frutto delle cresciute diversità tra chi ha e chi non ha, accentuate negli ultimi tempi dagli effetti del lockdown, le disparità economiche sono la causa di questo ma non solo, ci sono tante persone che cambiano vita perché non si riconoscono nei dettami del consumismo. Queste comunità sono ecologiche, ciascuno di loro punta all’autosufficienza e al mutualismo solidale, sono uno per tutti e tutti per uno. Fare quel tipo di vita, spostarsi continuamente nei grandi spazi, pagarsi le spese con lavori stagionali e occasionali sono scelte difficili ma hanno molto a che fare – prosegue – con il sogno americano che non è solo il sogno di avere successo economico”.

Secondo la Zhao, Nomadland “non è un film politico, io preferisco raccontare storie, parlare di relazioni umane che uniscono e non dividere”. Nel film si accenna ad una relazione tra Fern e un altro nomade, “ma non volevamo virare verso il romantico”, aggiunge la regista. Frances McDormand dopo Tre manifesti a Ebbing, Missouri regala un’altra interpretazione fantastica, “la mia faccia è come visitare un parco nazionale”, dice riferendo una definizione che le hanno dato e che alla 63enne attrice piace molto. “Da 30 anni se si può dire una cosa coerente sul mio lavoro è che ho dato il volto alle donne americane”, anticonformiste e coraggiose (ma lei non lo ha detto), “facendomi sempre la stessa domanda: se fossi stata loro?”.


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