“Me lo sto gustando ma…”. La Bindi sogna il Quirinale

Nov 15, 2021

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    La partita del Quirinale si appresta a entrare nel vivo. Chi sarà il prossimo presidente della Repubblica? Sergio Mattarella farà il bis? Al Colle approderà Mario Draghi? Si andrà a elezioni anticipate? Le incognite e i dubbi che gravitano attorno alla corsa per il Quirinale sono molteplici e hanno appena iniziato ad attanagliare i partiti. Tra i tanti nomi ventilati nei corridoi dei Palazzi romani è spuntato anche quello di Rosy Bindi come futuro capo dello Stato. L’ex ministro della Sanità nel governo Prodi e già presidente del Partito democratico, però, non ha chance ha riguardo sia perché il centrosinistra difficilmente troverà i numeri per imporre un proprio candidato sia perché la litigiosità delle correnti che animano il Pd stanno rendendo il dibattito all’interno del partito a dir poco accidentato.

    Rosy Bindi al Quirinale?

    L’ex deputata dal Pd, in un’intervista rilasciata a La Stampa, ha confessato di sentirsi “gratificata” dal fatto che ci sia qualcuno che auspica in una sua salita al Quirinale. Ma al tempo stesso ha precisato che probabilmente si tratta solo di una suggestione politica, di una possibilità remota che non troverà attuazione nella realtà dei fatti: “Devo dire che me lo sto gustando, siccome so che non accadrà, non sono neanche accompagnata dalla preoccupazione e dai polsi che tremano solo all’idea di dover ricoprire una responsabilità così alta“. Ma comunque spinge affinché il prossimo presidente sia donna: “Lo ripeto da anni fino alla noia. E trovo siano un’anomalia gli appelli in tal senso, dovrebbe essere normale prendere in considerazione questa ipotesi“.

    La Bindi ha mostrato una certa convinzione personale su uno dei fronti più importanti della partita per il Colle: in base a chi sarà il prossimo capo dello Stato si deciderà se andare o meno al voto in primavera? A suo giudizio non sarà così: la legislatura proseguirà normalmente anche quando la corsa per il Quirinale sarà terminata. “Dopo le votazioni sul nuovo presidente della Repubblica, le cose cambieranno, tutti si sentiranno più svincolati, ma in nessun caso si andrà al voto anticipato“, ha pontificato l’ex presidente del Pd.

    I guai della sinistra

    La sinistra per il momento appare del tutto impreparata in vista del cruciale appuntamento politico che andrà affrontato in seguito alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella. Il fronte giallorosso rischia una debacle, anche perché i voti sono fuori controllo in un Parlamento a maglie variabili e nel segreto dell’urna i “cani sciolti” possono fornire risultati imprevedibili. Lo sanno benissimo Enrico Letta e Giuseppe Conte, che proveranno a concordare una strategia per presentarsi compatti all’elezione del prossimo presidente della Repubblica.

    Ma entrambi hanno piena consapevolezza di essere alla guida di partiti non del tutto saldi al loro interno. Non è solo il Movimento 5 Stelle a presentare spaccature e correnti di pensiero: anche le anime del Pd sono alimentate da differenti sensibilità che rischiano di spaccare il gruppo. Senza dimenticare che la strategia di Letta sul ddl Zan è finita sotto accusa. Sia il segretario dem sia il presidente grillino dovranno tenere ben chiaro in mente l’avvertimento di Romano Prodi: “Non mancano sorprese, sono sempre tante“.

    La mossa di Letta

    Una voce accomuna tutti i partiti: di Colle si parlerà solo dopo l’approvazione della manovra. In tal senso Letta ha fatto una mossa ben precisa, lanciando un patto di tutti i leader con il premier Draghi per mettere al sicuro la legge di bilancio. Per poi aprire la discussione sul Quirinale. Dietro la melina del segretario del Partito democratico c’è realmente un intento per blindare la manovra o dietro si nasconde una strategia per procrastinare il tema?

    I partiti di maggioranza, nonostante qualche dovuto mugugno sulle misure contenute in manovra, giurano fedeltà e stabilità al governo. Tuttavia in caso contrario, scrive Vittorio Macioce su ilGiornale in edicola oggi, le dimissioni di Draghi resterebbero un’opzione: il premier potrebbe non essere disposto a tollerare un assalto alla legge di bilancio e a quel punto un ipotetico passo indietro cambierebbe le carte del gioco.


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