• Meloni in piazza attacca la sinistra aggressiva: “Senza di me non ha argomenti”

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    Stanno creando il mostro un’altra volta. Ma anche stavolta il «mostro» non ci sta. «C’è un limite a tutto e un limite va denunciato» avverte Giorgia Meloni all’inizio del suo comizio di Milano, davanti a migliaia di persone. La leader di Fratelli d’Italia si sente al centro di un’operazione politico-mediatica di (tentata) demonizzazione. E la smaschera davanti al Paese. «È una campagna elettorale molto violenta da parte dei nostri avversari – spiega – Abbiamo una sinistra che preferisce passare la giornata a cercare di costruire il mostro».

    Sale sul palco di piazza Duomo mentre dagli amplificatori si alzano le note di «A mano a mano» di Rino Gaetano. Mancano due settimane esatte a un voto che potrebbe essere storico, non solo per lei, e Meloni avverte le sensazioni giuste. Sa che la sua demonizzazione è un segnale di impotenza della sinistra. «Non hanno molti argomenti – dice -. Governano l’Italia da 10 anni e non sanno spiegare come risollevare l’Italia. È normale che parlino di noi. Se io smetto di fare politica loro non hanno di che parlare».

    Chiama in causa il segretario del Pd Enrico Letta, che ha appena visto plaudente in un video mentre il governatore pugliese (ed ex magistrato) Michele Emiliano agitava toni da bullo contro il centrodestra. «La Puglia sarà la Stalingrado d’Italia – scandiva – qui non passeranno, devono sputare sangue». «Da Letta – replica Meloni – voglio sapere se questi sono toni degni di una campagna elettorale in un paese democratico» urla. «Mi sono stufata di questa irresponsabilità» sbotta.

    La piazza si scalda, ma Meloni modula i toni. Sola sul palco, sotto una grande scritta: «Pronti». «Vado avanti per la mia strada», rassicura. Avanti nonostante detrattori e «fake news». Appena arrivata in piazza, si ferma a parlare con i giornalisti. Interpellata sui sondaggi che le accreditano cifre molto favorevoli, tende una mano agli altri leader della coalizione: «Quello che mi interessa è battere i miei avversari non gli alleati. Vorrei che se il centrodestra arriva al governo riuscisse a restarci per cinque anni, e mi piacerebbe che tutti i partiti di centrodestra crescessero in questa campagna elettorale».

    Intanto è confermato l’evento del 22 settembre. I leader del centrodestra si ritroveranno in piazza Del Popolo, a Roma, per chiudere insieme la campagna elettorale e dare un’immagine plastica di compattezza.

    A Milano, Meloni disegna un abbozzo di programma di governo. Rivendica di essere l’unica a voler cancellare questo reddito di cittadinanza. «La povertà non si abolisce per decreto e la crescita non si fa per decreto» avverte. Usa accenti liberali. «Lo Stato non deve rompere le scatole, non disturbare chi vuole fare». Illustra le sue idee sul caro energia, il fisco, la scuola, la «194». Evoca lo spettro della «glaciazione demografica» e qui accarezza una narrazione più conservatrice: «Non voglio che questa nazione scompaia – ammette -, non voglio che il problema si risolva facendo entrare immigrati. Fare figli non può essere bene di lusso».

    «Siamo pronti» annuncia. «Ci saranno giorni di sole e di pioggia – prevede, rivolgendosi ai suoi elettori – Sarete contenti e a volte non contenti. Non mi interessa neanche rivincere le elezioni. Se lo vorrete io penso di poter guidare un governo così. Il punto è capire se siete pronti voi». Appello finale, con due raccomandazioni: «Non abbiamo ancora vinto niente, io le battaglie le combatto fino alla fine». E poi il voto: «La legge elettorale è pessima, ha un solo vantaggio: è facile votare, fate solo una croce su FdI. Fidatevi di me». E nella piazza torna a risuonare Rino Gaetano: «Ma il cielo è sempre più blu».


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