Meloni vola alto e sogna il governo. L’altolà agli Usa: alleati, non sudditi

Apr 30, 2022

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    Milano. Dalla commemorazione di Ramelli con saluti romani («sono gesti antistorici, l’ho detto tante volte») alla megasala a City Life con 3mila posti, maxi-schermi, luci e passerelle stile Las Vegas, dove presentare il programma per arrivare a governare. Due volti molto diversi (la vecchia fiamma Msi, l’ambizione di essere il nuovo «grande partito dei conservatori italiani») che convivono in Fdi portato da Giorgia Meloni da forza minoritaria a oltre il 20%, primo partito italiano. Percentuali che possono dare le vertigini, lo sa bene la Meloni, «nelle altitudine l’ossigeno è rarefatto, si rischia di evaporare, più saliremo e più la nostra responsabilità sarà di tenere i piedi ben piantati per terra», come gli alpinisti. Per arrivarci «la salita è stata lunga, sofferta, faticosa», rivendica di non aver ceduto «alla favoletta per cui per stare al potere bisogna andare a braccetto con la sinistra», e suona come una frecciata agli alleati entrati nella maggioranza Draghi. Stesso suono ha quando dice che «quella disposta a cambiare bandiere e governi per salvare se stessa non è buona politica».

    E dopo tanta fatica, per Fdi è il momento di raccogliere i frutti e puntare a Palazzo Chigi. «Crediamo che questo sia il tempo delle donne», scandisce dal palco, e il riferimento inevitabile è alla sua corsa alla premiership. Ma non ha la classe dirigente, le rinfacciano gli avversari. «Ci faremo trovare pronti, con le proposte giuste e gli uomini giusti. Risponderemo all’accusa ridicola di non avere una classe dirigente adeguata. In un Paese che ha affrontato una pandemia con Speranza alla Sanità e ora affronta una guerra con Di Maio agli Esteri il problema sarebbe il nostro? Io dissento». Nella conferenza programmatica di Milano sfilano dirigenti del partito, amministratori, e personalità esterne (da Ricolfi a Nordio a Tremonti e altri) per contribuire a «dare la proposta più seria possibile al nostro Paese». E gli alleati, con cui intanto si moltiplicano le frizioni sulle candidature alle comunali e pure alle regionali in Sicilia? In rappresentanza di Fi ci sono i capigruppo, per la Lega invece c’è solo il governatore Attilio Fontana, come ospite istituzionale, che ci tiene a ricordare quanto Lega e Fdi lavorino bene insieme in Lombardia. I capigruppo leghisti invece non ci sono (assenza annunciata ufficialmente), mentre una semplice frase di Salvini («Visto che Giorgia è nella mia città conto di riuscire a passare a salutarla domani o dopo») scatena un piccolo caso. La Russa avverte che la presenza non sarebbe opportuna («è una manifestazione di partito, sarebbe un controsenso per noi e per lui»), e il leader leghista – che con la Meloni non si sente dai tempi del Quirinale – si risente un po’: «Per cortesia. C’è un evento di un partito alleato nella mia città e quindi un saluto, non politico ma affettuoso, è il minimo che si possa fare. Poi lascio agli altri il contenuto politico».

    La Meloni illustra le sue priorità («quattro m: mamma, merito, mare e marchio»), la visione di sui grandi temi (no all’ideologia gender, il «presidenzialismo per sbloccare il Paese», la «deriva illiberale» sul Covid e nei social gestiti «dagli oligarchi della Silicon Valley», rivedere il Pnrr alla luce della nuova crisi). E ribadisce il posizionamento atlantista di Fdi, ma con dei distinguo. «Vogliamo essere alleati e non sudditi» dice rivolta agli Usa. «Biden dice che gli impatti delle sanzioni in America saranno minime? Da noi saranno massime. Non saremo i muli da soma dell’Occidente», dice la Meloni, in versione europeista. Fdi è schierata con l’Ucraina, lì si decide «il nostro futuro». «Se l’Ucraina capitolasse, il vero vincitore non sarebbe la Russia di Putin, ma la Cina capital comunista di Xi Jinping. E io non voglio finire sotto la Cina comunista».


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