Memorie dell’insurrezione di Varsavia

Nov 14, 2021

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    (di Paolo Petroni) (ANSA) – ROMA, 14 NOV – MIRION BIALOSZEWSKI, ”MEMORIE
    DELL’INSURREZIONE DI VARSAVIA” (ADELPHI, pp. 332 – 22,00 euro –
    Traduzione di Luca Bernardini). Una grande chiesa distrutta
    perde il suo disegno architettonico generale per tornare a
    essere un insieme di materiali da costruzione: ”I resti della
    navata…. Assi. Un mucchio di macerie. Di detriti. Di calce. Di
    intonaco. Di cannicciato. Di schegge. Di mattoni. Di cornicioni.
        Di tutto. Di qualunque cosa”. Così la descrive il poeta Miron
    Bialoszewski (1922 – 1983) nella sua Varsavia devastata dai
    nazisti alla fine della insurrezione durata due mesi, dal primo
    agosto al 2 ottobre 1944, cui era stato dato il via dal Governo
    polacco in esilio a Londra con la speranza che i Russi, che
    occupano oramai quasi la metà orientale del paese, fermi al
    confine della Vistola, sarebbero intervenuti in aiuto degli
    insorti. Questo non accade, ci furono quasi 200 mila vittime e
    la città venne poi distrutta.
        E’ una pagina tragica e epica della storia polacca,
    raccontata in molti modi e da molti dei pochi che sopravvissero.
        Lo ricorda e inquadra storicamente in un saggio finale il
    curatore dell’edizione italiana Luca Bernardini, cui si deve,
    oltre all’appendice con Mappe e Glossario dei luoghi, l’analisi
    del resoconto particolare, a modo suo, di Bialoszewski. Non è
    uno che prese le armi o facesse parte dell’Ak, l’Armata polacca
    interna clandestina, e il suo racconto di un testimone civile è
    puntiglioso e attento, che non si infervora o prende partito, ma
    assiste quasi da una posizione esterna del tutto antieroica e,
    ovviamente, senza un filo di retorica, cose che gli attirarono
    molte critiche quando furono pubblicate nel 1970, con lo stesso
    editore che trovava irritanti le prime pagine per lo stile della
    sintassi e la loro presunta colloquialità. ”Chiacchieravo
    dell’insurrezione – racconta del resto l’autore – Con parecchie
    persone…. Pensavo proprio per anni che questa insurrezione in
    qualche modo la dovevo descrivere, ma proprio ‘descrivere’…. e
    che proprio questo chiacchierare è l’unico modo per descrivere
    l’insurrezione”.
        C’è però, naturale, implicito, più che nascosto in quel che
    descrive, uno sguardo carico di umanità proprio dove questa
    sembra non esistere più, pronto a cogliere aspetti curiosi,
    contrasti, avvenimenti paradossali, situazioni più o meno
    drammatiche, come quelle di coloro che vanno disperatamente alla
    ricerca di cibo o la folle giostra che continua a girare a
    fianco del muro del ghetto che bruciava con la gente dentro,
    perché lo scrittore aggiunge anche i ricordi della rivolta del
    ghetto dell’anno prima, 1943. E, mentre nelle chiese si intona ”All’armi, Gesù, Maria, all’armi”, canto della metà del
    Settecento al tempo della spartizione della Polonia, girando per
    la città per quel che è possibile, ecco naturalmente
    bombardamenti, morti e feriti, magari visti in cantine
    trasformate in precari ospedali d’emergenza, anche vicini alle
    rovine di un palazzo in cui il gruppo di sfollati di cui fa
    parte l’autore ha trovato precario ma, data la situazione,
    confortevole rifugio. Bernardini a proposito parla dello ”stupore” di Bialoszewski, ”unica chiave per evitare ogni
    enfasi” nel trovarsi davanti alla vita comune sconvolta dalla
    violenza della Storia in queste pagine davvero uniche. (ANSA).
       


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