Morra, “il cattolico senza pietas”: ecco chi è il senatore che ha offeso Santelli

Nicola Morra si scusa a modo suo, senza concedere troppo a chi lo pressa. Si mormora che non potesse fare altrimenti e che le pressioni arrivate dai vertici del partito fossero troppo forti. E allora lui non dice “ho sbagliato” ma la butta sul “fraintendimento”.

In un’intervista apparsa su “La Repubblica”, il senatore grillino finito nella baraonda per le dichiarazioni su Jole Santelli, dice: “Se ho offeso la sensibilità di qualcuno mi scuso immediatamente”. Delle scuse con riserva, insomma, senza rimangiarsi nulla: “Ho solo detto che le sue condizioni gravi erano note, e gli elettori devono esser responsabili delle scelte fatte”.

Le parole incriminate ormai le conoscete tutti, parole che hanno creato non poco imbarazzo tra le file pentastellate, tanto che oggi il Movimento Cinque Stelle ha diramato una nota in cui prende nette distanze dal parlamentare. “È partito dai piani alti l’ordine di metterci una pezza, perché se fosse stato per lui non lo avrebbe mai fatto, questa intemerata è rivelatrice della sua personalità”, scommette un ex pentastellato. Non a caso chi conosce il presidente della commissione Antimafia lo racconta come “una persona piena di sé, estremamente arrogante e presuntuosa, anche se in fin dei conti è semplicemente un insegnante di filosofia”.

È questione di dna, ma anche di percorsi. Quello di Morra, ligure di nascita e calabrese di adozione, politicamente parlando, è iniziato con la partecipazione ai primi meetup. Il prof si fa subito notare. “A differenza di quelli romani e napoletani, il livello dei meetup calabresi dell’epoca era bassissimo e per lui – sostengono i maligni – non è stato difficile primeggiare”. L’esperienza gli frutta un seggio a Palazzo Madama. Da lì, inizia una doppia carriera: parlamentare e gaffeur.

Basta sfogliare le pagine della cronaca passata per rendersi conto che il senatore pentastellato non è nuovo a scivoloni e sbavature. Correva l’anno 2013 e l’ex professore di filosofia sedeva da pochi mesi in Parlamento. Ai tempi non era ancora stato designato alla guida della commissione Antimafia ma già diede prova di avere bisogno di qualche ripetizione.

Il giorno della commemorazione della strage di via D’Amelio, concluse il suo intervento domandandosi dove fosse finita l’agenda rossa di… Salvatore Borsellino. Salvatore, non Paolo. Salvatore, il fratello di Paolo, e fondatore del “Movimento delle agende rosse”.

Errori di gioventù? Niente affatto. Nel 2015 ci ricasca e a proposito di un’eventuale candidatura di Sergio Mattarella al Colle afferma che “proviene simbolicamente da una tradizione che in relazione alla mafia ha tanto da chiarire e farsi perdonare”. Morra sembra non conoscere la storia di quel Piersanti, fratello di Sergio, freddato in un agguato ordinato da Totò Riina.

È considerato uno dei rappresentanti più affidabili della frangia ortodossa, uno di quelli che pure se alza la voce poi è sempre pronto a tornare nei ranghi. Quando parla di sé, Morra, cita spesso la lontana parentela con Don Luigi Sturzo a cui prende in prestito gli aggettivi “libero e forte”, due parole con cui ama definirsi. È l’aria integerrima, al limite con il misticismo, che gli vale la nomina a presidente della commissione Antimafia. “Ma quale ortodossia? La sua – afferma Andrea Aquilino – è ipocrisia”.

“Morra – ricorda Aquilino, uno dei fondatori del Movimento romano, fuoriuscito nel 2014 – era uno dei principali esponenti cattolici del Movimento della prima ora, parlo al passato perché nel corso degli anni si è guardato bene dal difendere i valori cattolici e adesso ha dimostrato di non avere nemmeno un briciolo di pietas verso i defunti”. Non a caso, nel 2013 sono lui e Alessandro Di Battista a incontrare l’allora cardinale Angelo Becciu. La cosa doveva rimanere segreta, invece la voce trapelò e nel Movimento avvenne il primo vero terremoto politico. “Nonostante fosse presente all’incontro con Becciu, mai intervenne in maniera chiara, netta e intransigente sui temi sui temi etici, compreso il ddl Zan che verrà discusso al Senato”, racconta ancora Aquilino, che all’epoca combinò l’incontro. “Eppure – conclude – quando c’è da fare la voce grossa contro i calabresi ci riesce bene”.



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