Mps, fallo di reazione dei pm “Su di noi aloni inaccettabili”

Dic 24, 2021

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    Pm che vanno dall’avvocato come persone qualunque, Csm e Anm che fanno spallucce e lasciano tre magistrati immersi nel fango senza curarsene, politici che rivendicano il primato della politica di fronte a una raffica di inchieste piene di buchi. Eravamo abituati a un’invasione di campo dei pm nella politica, non a una commissione parlamentare che sgambetta un potere giudiziario mai così claudicante, infermo. Il caso David Rossi riapre la ferita mai cicatrizzata del conflitto tra poteri dello Stato. I tre pm che indagarono sulla morte del manager Mps caduto dalla finestra del suo ufficio, accusati da un colonnello dei carabinieri di aver compromesso con imperizia una scena del crimine dove l’ufficiale stesso si trovava senza averne titolo, anziché difendersi al Csm (zero pratiche a tutela aperte a ieri, fonte Palazzo de’ Marescialli) e invocare l’Anm scappano da un legale di peso dello stesso foro della Procura che sta per indagare su di loro (di nuovo), già legale di Ciro Grillo. Ai tre magistrati non sono andate giù le parole di alcuni componenti della commissione e sono «seccati per l’alone inaccettabile» caduto su di loro. «Curioso che un difensore scriva in nome e per conto di magistrati per redarguire una commissione, non per annunciare azioni contro chi su quei pm ha puntato il dito», dice il legale della famiglia Carmelo Miceli al Giornale.

    Sulla vicenda deve decidere il presidente della Camera Roberto Fico («Le prerogative e i poteri delle commissioni parlamentari d’inchiesta sono definiti dalla nostra Costituzione: fondamentale far luce», dice in una nota) ma come spiega al Giornale l’avvocato Ivano Iai «secondo l’articolo 82 della Costituzione, l’organismo opera con gli stessi poteri e gli stessi limiti dell’Autorità giudiziaria, in passato sono state condotte indagini molto più ampie». Dunque, perché tanto nervosismo? Perché questa mossa del tutto irrituale? Rossi si è davvero suicidato, come sembravano dire i bigliettini d’addio soffiati ai giornali prima dell’arrivo della Scientifica, ricostruiti a mano da un pm dopo che il cestino in cui erano buttati era stato rovesciato su una scrivania? E perché alcune prove come i fazzolettini sporchi di sangue sono state distrutte? È stato davvero «un atto incongruo» come ha detto in commissione l’ex procuratore capo di Siena Salvatore Vitello? Eppure le prove mostrate dalle Iene e gli elementi spuntati nel corso delle audizioni dimostrano esattamente il contrario, come da sempre sostiene la famiglia. C’entrano forse i festini gay a cui avrebbero partecipato, secondo un teste «credibile» a dire del gip di Genova, l’ufficiale dell’Arma assieme a due pm e allo stesso Rossi? C’entra il crac che ha travolto il Monte dopo le spericolate alchimie finanziarie? E quante inchieste su episodi collaterali alla strana morte di Rossi ci sono aperti in tutta Italia?

    Secondo quanto risulta al Giornale ci sono almeno 4 fascicoli pendenti (Roma, Firenze, Varese, Genova) e non è ancora del tutto sciolto il nodo della competenza territoriale. È di ieri la notizia che la Cassazione avrebbe rimandato a Siena la palla sul fascicolo legato a un testimone che chiama in causa l’attuale procuratore capo di Siena, alla faccia della competenza ex articolo 11 del codice di procedura penale. «In realtà si aspetta che Genova indaghi sulle carte spedite dalla Commissione», spiega una fonte al Giornale. A quel punto sarà Siena a trasmettere tutto in Liguria. Ma sullo sfondo restano altri quesiti irrisolti. «Chi è l’uomo in fondo al vicolo che guarda il cadavere di Rossi? Perché non sono state acquisite tutte le immagini? Perché ci sono ferite incompatibili sulla caduta?», si chiede Antonino Monteleone delle Iene, che ha indagato sul caso. Le risposte sono nelle perizie affidate a Ris, Racis, Ros e medici legali.


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