‘Ndrangheta: sequestrati beni a imprenditore

Nov 23, 2021

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    (ANSA) – REGGIO CALABRIA, 23 NOV – La Divisione polizia
    anticrimine della questura di Reggio Calabria ha sequestrato i
    beni di Antonino Fallanca, indagato nell’ambito dell’inchiesta “Pedigree 2” contro la cosca Serraino. Su proposta della Dda
    guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri, e del questore
    Bruno Megale, il provvedimento è stato firmato dalla presidente
    della sezione Misure di prevenzione del Tribunale Natina
    Pratticò.
        Su richieste del procuratore aggiunto Gaetano Paci e del pm
    della Dda Sara Amerio, il provvedimento ha interessato i beni di
    Fallanca che, l’anno scorso, era stato destinatario di ordinanza
    di custodia cautelare in quanto ritenuto dirigente apicale ed
    organizzatore della cosca Serraino, operante nei territori di
    Cardeto, Arangea, San Sperato e nelle aree aspromontane della
    provincia reggina. Considerato socialmente pericoloso, Fallanca
    è accusato di aver agevolato la latitanza di alcuni affiliati
    alla ‘ndrangheta ma anche di aver assicurato il loro
    mantenimento in carcere, elargito somme di denaro e di aver
    custodito e fornito armi al clan. Secondo i pm, però, Fallanca
    era soprattutto l’espressione imprenditoriale della cosca
    Serraino per conto della quale avrebbe investito nelle sue
    imprese i proventi delle attività illecite della famiglia
    mafiosa e di quella alleata dei Rosmini. Il tutto fruendo
    dell’influenza e della capacità persuasiva del sodalizio
    mafioso.
        I sigilli hanno interessato 4 unità immobiliari riconducibili
    a Fallanca, 4 auto, il patrimonio di 3 imprese individuali ed
    una società. Sequestrati anche conti correnti, libretti di
    deposito, contratti di acquisto di titoli di stato, azioni,
    obbligazioni, assicurazioni. I beni rientrano nel patrimonio
    delle imprese e delle società società riconducibili a Fallanca e
    al suo nucleo familiare. Imprese e società formalmente intestate
    ai parenti ma che l’indagato, secondo gli inquirenti, di fatto
    gestiva pur risultando un semplice dipendente. Per la Dda, le
    cosche avevano supportato Fallanca agli esordi della sua storia
    imprenditoriale con provviste di natura illecita, consentendogli
    di espandersi fruendo dell’influenza del sodalizio mafioso per
    imporre l’affidamento di commesse o l’acquisto di merci presso
    le sue attività commerciali. (ANSA).
       


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