“No al green pass”. La verità sulla rivolta dei docenti nelle università

Set 6, 2021

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    La firma dello storico Alessandro Barbero all’appello di oltre trecento accademici italiani contrari all’introduzione del Green Pass nelle università ha garantito un’ampia visibilità alla lettera aperta con cui una parte ridotta del mondo accademico ha espresso le sue perplessità sulla misura in questione.

    Pochi giorni dopo essere entrato nella polemica sulle foibe aperta dallo storico dell’arte Tomaso Montanari per il quale ha ricevuto aspre critiche, il medievista dell’Università del Piemonte Orientale ha sottoscritto l’appello e attaccato la misura intervenendo durante la discussione “Dal tumulto dei Ciompi ad oggi”, organizzata da Fiom Cgil fiorentina, e attaccando la presunta “ipocrisia” del governo Draghi che a suo avviso “non ha il coraggio di dire le cose come stanno”. Barbero nota: “Un conto è dire “Signori abbiamo deciso che il vaccino è obbligatorio perché è necessario, e di conseguenza, adesso introduciamo l’obbligo”: io non avrei niente da dire su questo”, ma non essendo così le cose il celebre storico si è unito all’elenco dei firmatari.

    Barbero, uomo figlio della cultura di sinistra e di simpatie comuniste, si unisce a un fronte al cui interno si trovano rappresentanti delle più diverse discipline, accademici giovani a fianco di docenti affermati, esponenti di atenei periferici assieme a esponenti del cuore accademico del Paese (oltre una ventina i firmatari di atenei milanesi; quattordici quelli dell’università “La Sapienza” di Roma), professori di scienze giuridiche e di filosofia a fianco di docenti di ingegneria, chimica, fisica. Ma soprattutto sono uniti accademici di estrazione politica eterogenea, dalla sinistra radicale alla destra liberale.

    Secondo i firmatari la “tessera verde suddivide “la società italiana in cittadini di serie A, che continuano a godere dei propri diritti, e cittadini di serie B, che vedono invece compressi quei diritti fondamentali garantiti loro dalla Costituzione (eguaglianza, libertà personale, lavoro, studio, libertà di associazione, libertà di circolazione, libertà di opinione)”. L’appello, duro nella critica alla misura che secondo i docenti è “discriminatoria” e “comporta rischi evidenti, soprattutto se dovesse essere prorogata oltre il 31 dicembre, facendo affiorare alla mente altri precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere” unisce un gruppo di accademici di diversa provenienza.

    Barbero non è l’unico professore della componente della sinistra critica dell’imposizione del Green Pass a firmare l’appello. Tra i più importanti pensatori dell’area che si sono uniti ai firmatari si segnala anche il professore dell’Università di Torino Ugo Mattei, candidato sindaco di Futura, che nella giornata del 2 settembre si è unito a una quarantina di studenti che hanno occupato pacificamente il cortile del rettorato dell’ateneo dopo esser stato escluso dal suo ufficio perché sprovvisto di pass. Tra i compagni di ateneo di Barbero all’Università del Piemonte Orientale, anche la studiosa delle disuguaglianze economiche Elisabetta Grande si è unita ai firmatari

    Ma i docenti della sinistra sono accompagnati da alcuni esponenti della destra e del mondo liberale. Tra di essi il più noto è senz’altro Paolo Becchi, editorialista e docente di Filosofia del Diritto a Genova, da tempo in prima linea nel chiedere un cambio di passo nella gestione pandemica in una prospettiva liberale, a cui si aggiungono esponenti del mondo conservatore. Luigi Curini, politologo della Statale di Milano, ha sottoscritto l’appello dopo aver nelle settimane scorse dichiarato che “ci stiamo abituando a cedere libertà, come in URSS. La gente è terrorizzata e accetta tutto”. Marco Bassani, collega di Curini all’UniMi, si è unito ai sottoscrittori, e tra gli intellettuali di destra spunta anche il nome di Eugenio Capozzi, che nelle scorse settimane su La Nuova Bussola Quotidiana ha criticato i politici favorevoli alla certificazione verde.

    La discussione sul Green Pass segnala la presenza di una fronda interna al corpo docente le cui conseguenze andranno al più presto sanate per permettere una corretta partenza della stagione delle lezioni accademiche. Ma nell’appello dei professori si fatica a leggere la possibilità di un’evoluzione di quelle che sono ritenute delle problematiche legittimamente evidenziate.

    In primo luogo, l’appello unisce in un melting pot ricercatori, docenti a contratto, accademici con diversa percezione del mondo accademica ma non ha ancora raggiunto numeri significativi, toccando meno dell’1% dei circa 40mila membri del personale docente a vario titolo impegnati in università.

    In secondo luogo, i docenti no pass hanno strategie antipodiche riguardo le proposte da mettere in campo per combattere il Covid. Barbero, ad esempio, ha dichiarato di essere a favore dell’obbligo vaccinale, mentre Paolo Becchi lo ha definito una vera e propria “soluzione finale” in un recente tweet.

    Infine, è da sottolineare, come riportato in apertura, che la popolarità mediatica dell’appello è di fatto connessa alla posizione assunta da Barbero, del resto ambigua rispetto alla massima parte dei firmatari in merito di soluzioni concrete, che ha offerto un volano di visibilità alla lettera aperta in una fase in cui lo storico era al centro del dibattito per il caso foibe. Un po’ poco per una campagna che si riproponeva di sovvertire decisioni strutturate e da tempo entrate in operatività a poche settimane dalla ripresa delle lezioni.


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