• “Noi fedeli sempre, ma sotto il 10% son guai”

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    La signora Maria è vestita di nero, come certe vedove del Sud, ma vive nel profondo Nord. «Sono di Tradate, in provincia di Varese, e non ho mai perso l’appuntamento di Pontida. Trent’anni, pure di più, io ero e sono con la Lega. Mai cambiato idea e mai la cambierò. Se c’è un errore che abbiamo fatto è solo quello di aver messo ai margini Umberto Bossi, il fondatore».

    Guai a parlare di crisi e del possibile sorpasso della Meloni alla prima fila del pratone, subito sotto il palco. Ultrà di settanta, anche ottanta anni che non fanno una piega e diventano paonazzi, tanto strillano al loro segretario.

    Bruna che arriva da Saronno e impugna la bandiera di Alberto da Giussano, fa una smorfia quando sente parlare della concorrenza: «La Meloni!? Troppo facile sbraitare dall’opposizione quando le briciole che abbiano avuto le abbiamo avute grazie a Salvini».

    E Rita che è della Val Camonica è altrettanto tranchant: «La Meloni è di Roma, dai. E poi dobbiamo parlare di altre questioni». Quali? Dal palco, Matteo Salvini sembra averla ascoltata e mette il naso fuori dai confini: «Se ci fosse ancora Trump, io credo che molte cose sarebbero diverse. Spero che i comunisti a stelle e strisce prendano una sonora bastonata alle prossime elezioni». Lei esulta e rilancia: «Con Trump non ci sarebbe stata la guerra, Trump avrebbe trovato una soluzione ai problemi. E invece ci tocca questa guerra: ma sono c… loro. Allora Israele che occupa i Territori degli arabi? Putin sappiamo chi è, ma Putin non è peggio degli altri. E non mi parli di questo Zelensky che bombardava la minoranza russa nel Donbass. E Orban è meglio di Erdogan».

    Sarà un caso, ma nella bolgia del pratone sono tutti professori di geopolitica. Diffidano dei vaccini. E metterebbero il dito negli occhi a chi prende il reddito di cittadinanza. Ancora Rita: «Io ho fatto tutti i lavori. Sono stata operaia, impiegata, pure in discarica e non ho mai chiesto niente a nessuno. Altro che reddito di cittadinanza. Una vergogna».

    Mariella, da Novara, è in tenuta da combattimento: maglietta verde, cappellino verde, unghie verdi. E tanto orgoglio da esibire: «Mi sono dovuta vaccinare perché faccio la centralinista in ospedale, ma sul tema Salvini aveva dato libertà di scelta. Poi, una volta al governo, ha dovuto cedere qualcosa, ma io non mollo».

    Chi le è intorno la ascolta con ammirazione e s’intromette: «Si certo, la Lega di Salvini ha fatto qualche errore, ma sarebbe pure peggio passare adesso con la Meloni – spiega Antonio, un veterano che porta l’età con disinvoltura e viene dalla vicinissima Bonate Sopra – . Salvini si è fatto fregare dalla sua ingenuità nella corsa al Quirinale. Pensavamo di avere un capo dello Stato nuovo e ci siamo ritrovati Mattarella. Pazienza. Non è il momento di scappare via: ogni voto in più alla Meloni è un voto in meno a noi. Se andiamo sotto il 10 per cento siamo rovinati, non contiamo più niente».

    Pasquale, che aveva un ristorante a Firenze, è partito con il pullman alle cinque del mattino e si preparata a rientrare: «Nel mio locale, a Santa Maria Novella, si mangiava toscano e io non ho mai cambiato menu. Prima Bossi, ora Salvini». Luigi sul palco abbraccia la piccola figlia Mirta, sgusciata fra le maglie del servizio d’ordine. Bruna se lo mangia con gli occhi: «È un uomo che mantiene la parola data. E per la parola data è disposto ad andare in galera, come si è visto a Palermo».

    Sul pratone, almeno per oggi, non ci sono polemiche o fronde: «Sono stato vicesindaco – conclude Antonio – in un paio di comuni della Bergamasca. Conosco il territorio e so che qualche giovane vorrebbe cambiare. Verrà quel giorno, ma oggi no, oggi siamo con Matteo».


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