Ora Draghi rischia il flop sul digitale

Nov 21, 2021

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    Telecom Italia torna nella bufera. Con il rischio che una delle partite strategiche del governo Draghi, cioè la transizione digitale, resti senza un forte indirizzo da parte del nostro grande gruppo privato di tlc. Oppure, fatto sempre un po’ inquietante vista la delicatezza del settore, che tale indirizzo venga gestito da Vivendi, colosso mediatico francese che in Italia si è fatto notare soprattutto per non aver rispettato un contratto e aver tenuto sotto scacco il gruppo Mediaset per 5 anni; mentre in Francia è oggi schierato con Eric Zemmour, il candidato di estrema destra per la presidenza della Repubblica. Per Telecom si tratta della ennesima crisi dalla sua privatizzazione, che risale al 1997. Da allora la società ha cambiato azionisti di riferimento varie volte, passando dal «nocciolino» di Fiat, alla razza padana di Gnutti e Colaninno, alla Pirelli di Tronchetti Provera; dalle grandi banche di «sistema», agli spagnoli di Telefonica, fino a Vivendi, arrivati quasi al 25% del capitale. In ognuno di questi passaggi la politica ha sempre messo becco, facendo regolarmente più danni che altro. Tanto è vero che, se si guarda oggi a Telecom, ci si trova davanti alla peggior privatizzazione mai partorita sul suolo italico. Rimasta, tra l’altro, ostaggio del pubblico per la sua natura di società d’interesse nazionale, essendo quella che gestisce la rete delle telecomunicazioni. In altri termini, è una società privata e quotata in Borsa dove però i privati (clamoroso fu il caso di Tronchetti, il cui progetto di sviluppo fu bloccato dal governo Prodi) non hanno mai potuto sviluppare la strategia che avevano in mente in un mercato libero (salvo però caricare il gruppo di debiti). Così che oggi si può affermare con certezza che i modelli di successo delle ex grandi aziende di Stato sono proprio quelli rimasti in seno allo Stato stesso (un caso su tutti: Enel, diventata una multinazionale dell’energia). Mentre Tim è ridotta a una società piccola, debole e in crisi di identità, avendo invece assistito alla nascita o alla crescita di colossi delle telecomunicazioni (come Vodafone, per esempio) che un quarto di secolo fa erano meno rilevanti di Stet e Sip o neppure esistevano. Dopodiché, all’alba del 2022, il probabile cambio al vertice di Telecom è una bella grana per il governo Draghi. Anche perché nel frattempo (negli ultimi tre anni) lo Stato è tornato tra i soci di Telecom: tramite la Cdp è oggi il secondo azionista, con il 10%. Un’operazione partorita proprio per contenere Vivendi, poi gestita con la costruzione di una governance condivisa. L’equilibrio si è ora spezzato perché la società ha bilanci peggiori del previsto e l’ad Gubitosi – mai amato da Vivendi – è finito nel mirino. Ma sullo sfondo resta la confusione sul progetto della nuova rete in fibra, tassello chiave della strategia digitale del governo. Cdp ha recentemente preso il controllo di Open Fiber, senza però mai chiarire quale fosse il piano complessivo. L’impressione è che su questo punto il governo Draghi avrebbe potuto essere più chiaro. La nomina di un ministro ad hoc, con il curriculum di Vittorio Colao, ha creato grandi aspettative, poi andate deluse. Per questo un intervento di Palazzo Chigi sembra ora necessario. Forse è l’ultima cosa che Draghi aveva in mente. Ma pare difficile poterla evitare.


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