Ora il reddito 5s non ha più padrini

Giu 26, 2022

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Voglia questa corte giudicare se l’imputato è colpevole di non aver svolto il compito che gli è stato assegnato, anzi di aver causato più danni che benefici, fino ad essere ritenuto il principale responsabile dell’immobilismo nel mercato del lavoro. Alla sbarra c’è il reddito di cittadinanza, sconosciuto e incensurato alla data del gennaio 2019, quando è comparso sulla scena sociale e politica, ma che con il passare del tempo è stato più volte «attenzionato» dagli stessi padroni del vapore e, soprattutto, dai guardiani dei conti pubblici. Poco più di tre milioni i percettori, assegno medio di 580 euro, con una spesa per lo Stato pari a 7-8 miliardi di euro l’anno, 20 miliardi considerando il triennio. «Rdc», nato come strumento per accompagnare chi è senza lavoro nel cammino verso l’occupazione nel più breve tempo possibile, alla lunga si è trasformato in una palla al piede di cui però non conviene liberarsi (a patto, certo, di non avere molta voglia di farlo). Ad ogni modo, nove beneficiari su dieci non hanno mai accettato un lavoro o non hanno visto l’ombra di un’offerta concreta. La sentenza ufficiale non è ancora stata emessa, eppure l’orientamento dei giudici, compresa la «giuria popolare» costituita dai contribuenti italiani, sembra ormai definito. La condanna del sussidio più controverso da quando «è stata abolita la povertà» – come annunciò qualcuno che ha appena passato una settimana agitata – è pressoché unanime. L’ha ammesso il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti: «Non metto come unico imputato il reddito di cittadinanza, ma dovremmo discutere il fatto che in tanti settori le imprese non trovano manodopera a qualsiasi condizione contrattuale». Fa mea culpa perfino il capitano della Lega Matteo Salvini, attore protagonista della stagione gialloverde: «Il reddito s’è rivelato controproducente: lo dice uno che l’ha votato…». Come è amara l’osservazione del presidente di Confindustria Carlo Bonomi: «La spesa pubblica sociale è raddoppiata, ma anche i poveri sono raddoppiati. Ma cosa è successo in questo Paese? – si chiede il leader degli industriali e ce lo chiediamo anche noi -. È successo che dagli ultimi cinque-sei governi è stata applicata una grande regola: interventi bonus, una tantum a pioggia». Il carico lo aggiunge Matteo Renzi, leader di Italia Viva: «È una vergogna che una Repubblica democratica fondata sul lavoro vada avanti sui sussidi». Quattro bocciature secche nello stesso giorno, in poche ore, non dovrebbero lasciare spazio a considerazioni ulteriori. E se nella giungla di Palazzo Chigi pure gli ultimi giapponesi rimasti cominciano a deporre le armi (così Giuseppe Conte: «Cancellare il reddito sarebbe un atto di irresponsabilità. Ma un tagliando si può fare…»), significa che è arrivato il momento di rinunciare a certe battaglie identitarie degne di altre epoche geologiche della politica, quando cioè non si parlava di inflazione o di crisi energetica, quando una guerra alle porte della Ue era argomento buono per un romanzo di fantascienza. Specie se ci si accorge, finalmente, che l’assistenzialismo come unico principio d’ispirazione nelle scelte che impattano sull’economia ha trasformato quel terreno disseminato di bandierine in una palude. Da cui adesso bisogna tirarsi fuori e in fretta.


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