• Ora pure i leader fanno i bulli ed evocano sangue e botte

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    Il fair play, ma tutto al contrario. Il finale di campagna elettorale riserva infelici battute tra i leader politici che sfiorano il bullismo. La dialettica politica a meno di una settimana dal voto più che concentrarsi su temi e programmi sfocia in toni minacciosi, querele minacciate e scuse non date.

    Sembrano sideralmente lontani i tempi pittoreschi degli insulti d’antan, quelli del senatùr Umberto Bossi che bollava l’addio dell’ideologo Gianfranco Miglio come «una scorreggia nello spazio», definizione un po’ adolescenziale ma tutto sommato bonaria. L’ultimo trend, in fatto di campagna elettorale maleducata, è la declinazione curvaiola della difesa del territorio. Ha aperto la strada, con metafore più belliche che da stadio per la verità, il governatore pugliese Michele Emiliano. Che insieme al suo segretario Enrico Letta, su un palco di Taranto, ha paragonato la sua Puglia alla «Stalingrado d’Italia», aggiungendo che «da qui non passeranno, qualunque cosa dovesse succedere», riferito ovviamente al centrodestra, per poi concludere delicatissimo: «Sputeranno sangue, comunque vadano queste elezioni».

    Il tutto alla vigilia del comizio di Giorgia Meloni nel capoluogo del novello «fronte orientale» delle forze dem, Bari, dove la leader Fdi, salendo sul palco, ha raccontato di essere stata chiamata dal vulcanico Emiliano. Per scusarsi? Macché. «Mi ha chiamato difendendo quello che aveva detto ha spiegato Meloni e quindi ho risposto che non avevamo nulla da dirci. Continuo a considerare vergognose le sue parole». Che di certo non sono del tutto comprensibili, vista la postilla «comunque vadano queste elezioni»: perché è la democrazia, non certo le barricate, che stabiliscono chi far «passare» o «non passare» tra i candidati. Forse conscio di questo Emiliano, che nella sua maggioranza ha mantenuto l’asse con il M5s, ha deciso di dribblare l’invito di Letta al voto utile invitando i pugliesi a votare il candidato «con più possibilità», anche se grillino, altrimenti «vinceranno gli eredi di Mussolini».

    L’altra polemica «territoriale» degli ultimi giorni ha visto protagonisti due ex presidenti del Consiglio. L’ha sollevata Giuseppe Conte, invitando, provocatoriamente, il leader di Iv Matteo Renzi ad andare a Palermo a dire come la pensa sul reddito di cittadinanza, ma «senza scorta». Abbastanza per mandare su tutte le furie Renzi, durissimo nella replica a «un modo di fare che inneggia alla violenza» e a «un linguaggio da mafioso della politica», tanto da annunciare querela: «Ti devi vergognare a pensare che qualcuno possa picchiarmi», ha aggiunto il leader Iv, pescando l’etichetta da affibbiare a Conte tra le categorie snocciolate da don Mariano nel Giorno della Civetta di Sciascia: «Mezz’uomo». E in fondo da «ominicchio» in poi poteva pure andare peggio.

    Curiosamente, toni simili a quelli di Conte li ha scelti pure l’ex leader pentastellato Luigi Di Maio. In passato steward nella tribuna autorità dello stadio San Paolo, il ministro degli Esteri ha preferito vestire i panni da ultras della curva B per commentare la mancanza di una tappa napoletana nel tour elettorale della leader Fdi Meloni, alzando i toni per marcare il territorio. Forse gasato anche dal volo alla Jennifer Grey in Dirty dancing sulle braccia dei camerieri di una trattoria dei Quartieri Spagnoli: un modo per dire che Gigi-Baby, Avellinese ma tifoso azzurro, non si fa mettere all’angolo da nessuno. «È chiaro che non si fa vedere, è meglio che non si faccia vedere proprio. Una che vuole abolire il reddito di cittadinanza e vuole togliere soldi al Sud ed è alleata di quelli che vogliono portare i Ministeri al Nord è meglio che da queste parti evita proprio di venire», ha ringhiato il fondatore di Impegno Civico. Alla faccia dei luoghi comuni sulla proverbiale accoglienza meridionale.


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