Pace o egoismo

Mag 22, 2022

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    Un dato è imprescindibile: chi deciderà i termini dell’intesa nel campo occidentale sarà l’Ucraina, non fosse altro che per le tragedie, i lutti e i danni subiti dalla guerra. Sarà il governo di Kiev a dire «sì» o «no» alle condizioni di una possibile pace. Va da sé, però, che immaginare un ritiro dei russi dai territori occupati è una speranza che rischia di andare delusa, visto che anche tra gli aggressori ci sono stati morti. E non pochi. Magari, pur volendo, questa opzione non è neppure nelle disponibilità di Putin. Quindi, delle due l’una: o la guerra andrà avanti per mesi, se non per anni, con i due eserciti che si fronteggeranno guerreggiando nella speranza comune di spuntare qualche altro lembo di territorio, con la conseguenza che si sommeranno drammi a drammi; o bisognerà addivenire ad un compromesso.

    Immaginare un’ipotesi di questo secondo tipo non è certo un peccato di leso atlantismo. Non scherziamo. E per concorrere ad una soluzione tutte le idee sono buone. Comprese quelle di Silvio Berlusconi, dato che bisogna mettere insieme due litiganti, perché per firmare una pace non ne basta uno solo. Per cui, francamente, la polemica che scoppia in Italia ogni settimana dall’inizio della guerra su chi è più atlantista e chi meno (con tanto di giornaloni al seguito che si inventano la balla di un Cav che giustifica Putin), oltre ad essere stucchevole, è da cortile di casa. Tanto più se chi la alimenta non è che abbia tutte le carte in regola. Nel Pd gli esponenti che hanno la matrice di ex comunisti dovrebbero rammentare che sono arrivati ad accettare la Nato ben ultimi. Quelli invece di tradizione democristiana o socialista, gettando un’occhiata ai loro trascorsi, dovrebbero prendere insegnamento dai loro numi tutelari: Moro, Craxi, Andreotti, solo per citare tre esempi, erano atlantisti convinti ma non per questo nelle crisi internazionali rinunciavano a portare avanti una loro politica.

    Certo al giorno d’oggi sarebbe meglio che l’iniziativa di pace fosse europea, ça va sans dire. Solo che l’Unione, per usare un eufemismo, anche in questa occasione non sta dando grande prova di sé. Tutt’altro. E arriviamo al punto: io non mi scandalizzo se qualcuno osserva che Putin non va isolato, proprio perché sotto ogni possibile accordo è indispensabile la sua firma. Questi risentimenti li lascio ai tanti, a cominciare da Carlo Calenda, che dalle tragedie tentano di raccattare qualche voto. Semmai mi turba, non poco, la tesi del cancelliere tedesco Olaf Scholz, che esclude una possibile scorciatoia per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea.

    Allora bisogna mettersi in testa una cosa: è evidente che per porre fine alla guerra il governo di Kiev avrà bisogno di una contropartita per rinunciare ad una parte di territori che, probabilmente, i russi non renderanno, se non al costo di tanti altri lutti. E, se non si vuole fare la politica degli struzzi, cioè se gli europei non vogliono prendersi in giro da soli mettendo la testa sotto la sabbia per non guardare in faccia la realtà, debbono rendersi conto che oltre ad un gigantesco piano Marshall per rimettere in piedi quella nazione ferita (ci vorranno almeno 500 miliardi di euro), dovranno accettare di accoglierla sotto la loro ala protettiva, dato che per ora non è il caso di tirare in ballo la Nato. Ecco perché non processo le idee, qualunque esse siano, che mirano alla pace; semmai resto perplesso verso chi, anche in questi frangenti tragici, si orienta seguendo la bussola dell’egoismo.


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