Pd, compleanno amaro: cosa ha fatto davvero Letta

Ott 14, 2021

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    Il 14 ottobre del 2007 è stato fondato il Partito Democratico. Oggi è il quattordicesimo compleanno del Pd che, guidato dal segretario Enrico Letta, è tornato indietro, marciando verso la sinistra dello scacchiere ed uno schema vecchio che non ha mai funzionato. Se i tempi della “rottamazione” sembrano lontani, oggi la strategia dell’ex premier pisano prevede la riedizione di una coalizione larga che questo Paese ha già respinto in più circostanze. Un tutti dentro, insomma, pur di sconfiggere l’avversario di centrodestra. Con buona pace dei distinguo ideologici con il MoVimento 5 Stelle, che è tutto ed il contrario di tutto ma che Letta ingloba volentieri, in virtù del calcolo elettorale e della necessità percepita di occupare più campo possibile.

    Il professor Massimiliano Panarari ha spiegato per filo e per segno quale sia la visione del vertice Dem in questa intervista: “Letta – ci ha detto – ha riposizionato a sinistra il Pd, tenendo collegato il MoVimento 5 Stelle. Ma il suo riferimento politico è Romano Prodi, che è l’unico che ha sconfitto Berlusconi durante la seconda Repubblica. E ciò vuol dire allargare pure al centro. Questa mi sembra la strategia. E Letta è un cattolico sociale. Non so se ci riuscirà, ma l’intento è quello di una coalizione più larga possibile. Lo farà da cattolico riformista qual è”.

    Pure Romano Prodi, cui il segretario guarda a tutto tondo, ha dovuto del resto sopportare Rifondazione comunista. Letta può avere, nei grillini, i suoi rifondaroli. Peccato che i governi guidati dal professore bolognese siano caduti entrambi in Parlamento: non proprio una regola della nostra dialettica politica. Ma a Letta non importa: vuole costruire “una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa”, per dirla con Jovanotti. E cioè un’alleanza politica che parta dal ministro Roberto Speranza, che sarebbe deputato a coprire l’ala più a sinistra, ed arrivi sino al “liberalismo sociale” di Carlo Calenda per provare ad attrarre anche il voto moderato.

    Il governo Prodi I ha potuto contare sul Pds, sul Ppi, su Rinnovamento italiano, sui Verdi, sull’Unione democratica, sul Patto Segni, sulla Sinistra repubblicana, sui Comunisti unitari, su Alleanza democratica, sui Socialisti italiani e sull’appoggio esterno di Fausto Bertinotti e della sua Rc, ma pure su quello de La Rete e dei partiti rappresentativi delle minoranza linguistiche. Un mappazzone, che si è schiantato dopo poco più di due anni sul muro della sfiducia. L’esperienza prodiana è stata un caos generalizzato sempre imploso per dissidi interni: ha consentito di vincere, ma non di governare. Eppure Enrico Letta guarda proprio da quelle parti.

    Normale, dunque, tornare a distribuire patenti di legittimità politica, com’è capitato con le dichiarazioni del vicesegretario Dem Giuseppe Provenzano che sembrava intenzionato allo scioglimento di Fratelli d’Italia. Perché quello è lo stile della sinistra che si ritiene migliore degli altri. Riavvolgere il nastro significa pure sgombrare il campo da ogni dubbio: insieme al prodismo, è tornato il benpensiero di chi si siede su un piedistallo. Le parole d’ordine per tenere tutti uniti sono le stesse del 96′: il giustizialismo, anzitutto, che fa da trait d’union con la fascia massimalista dei pentastellati; l’ambientalismo ecologista in salsa Greta Thunberg che contribuisce a fare da collante; l’indisponibilità ideologica al dialogo come nel caso del Ddl Zan e la narrazione aperturista sulla gestione dei fenomeni migratori che non risolve il problema globale ma traccia un solco con i “cattivi” della linea dura.

    Tanta strada fatta per tornare al punto di partenza. Il Partito Democratico è più simile al Pds che ad una grande formazione politica nata in ottica bipolare. Il simbolo inequivocabile di questa parabola è l’insistenza con cui Enrico Letta cerca di porre sul tavolo il tema della patrimoniale: il Pd non è soltanto, e di nuovo, il pezzo di politica che si pensa meglio degli altri, ma anche quello dell’invidia sociale e delle tasse. E forse è anche per questo che qualche potenziale alleato, sulla scia dell’esperienza di Mario Draghi, pensa in maniera pragmatica a soluzioni diverse dall’Ulivo 2.0.


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