Pensioni, muro dei sindacati sul contributivo

Nov 15, 2021

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    L’incontro di domani a Palazzo Chigi tra governo e sindacati segnerà uno dei passaggi più difficoltosi per l’esecutivo di Mario Draghi. Finora il premier è riuscito a superare le resistenze dei partiti della maggioranza imponendo il suo metodo «decisionista», ma con Cgil, Cisl e Uil non sarà altrettanto facile saltare l’ostacolo. Perché, se le formazioni politiche talvolta devono accettare misure che non condividono visto che l’alternativa delle elezioni anticipate potrebbe non essere gratificante, il sindacato non ha questo «problema» e, tra l’altro, si presenterà al tavolo con l’arma dello sciopero generale e l’inevitabile danno d’immagine che causerebbe a un gabinetto di grande coalizione.

    Fare sintesi non sarà semplice perché tanto sul tema pensioni quanto sulla riforma fiscale Landini, Sbarra e Bombardieri sono lontani anni luce dalle sensibilità di Mario Draghi e del ministro dell’Economia, Daniele Franco. La più esplicita è stata la Uil che è sostanzialmente è allineata alla prima ipotesi leghista: «Quota 41 per tutti» che significa uscita anticipata per tutti con 41 anni di contribuzioni e un costo stimato, secondo l’Inps, di oltre 9 miliardi annui fino al 2031. Il Carroccio avrebbe invece rivisto la proposta agganciandovi anche un’età minima di 63 anni (una «Quota 104» mascherata) e con un costo annuo generalmente compreso tra 150 e 200 milioni.

    Cgil e Cisl giocano, invece, a carte coperte. Tanto Maurizio Landini quanto Luigi Sbarra, anche nella manifestazione degli edili di sabato scorso, hanno evidenziato che «non si può tornare all’iniquità della Fornero ma senza delineare un percorso chiaro bensì evidenziando come sia necessaria la «flessibilità» per le uscite. Gli 8 miliardi destinati al taglio della pressione fiscale, infine, devono essere destinati interamente ai lavoratori.

    Il governo non ha effettuato comunicazioni ufficiali. L’unico dato certo è rappresentato dagli stanziamenti della legge di Bilancio che garantirà 55mila uscite anticipate el 2022 (delle quali 16.800 con Quota 102 e il resto con Opzione donna e ape social) per un costo stimato intorno ai 600 milioni includendo i 150 milioni di fondi per i prepensionamenti delle aziende in difficoltà. Questi numeri spiegano, però, quale sia la ratio dietro le decisioni di Draghi e di Franco (con buona pace del ministro del Lavoro Orlando): i pensionamenti non devono incidere troppo sul bilancio dello Stato. Ecco perché, in via informale, si è appreso che la proposta del governo dovrebbe essere una flessibilizzazione delle uscite a 62 anni a partire dal 2023 ma con sistema interamente contributivo, cioè con un taglio che in alcuni casi potrebbe attestarsi tra il 25 e il 30% dell’assegno ma che avrebbe l’effetto di azzerare l’impatto sulle casse dell’Inps. Ed è proprio su questo punto che potrebbe avvenire la rottura col sindacato, soprattutto considerando che la riforma pensionistica è una priorità indicata dal segretario del Pd Letta, desideroso di allargare il proprio consenso.


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