Per chi vota il partito. “Pil e ripresa”

Ott 6, 2021

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    Come hanno votato gli imprenditori a questo giro di elezioni? Il «Partito del Pil», sulla carta, è un serbatoio di centro destra. I temi cari alle imprese sono quelli per loro identitari: pagare meno tasse, avere mani libere sul lavoro, eliminare lacci e lacciuoli della burocrazia. Eppure questa equazione non è scontata. E si è visto bene anche in queste ultime urne. A maggior ragione adesso che il voto del Partito del Pil era particolarmente importante perché segnava il primo test politico del dopo-pandemia da parte dei soggetti impegnati nella ripresa del Paese.

    L’esito è noto e viene da chiedersi perché nelle grandi città del Nord, dove il peso del partito della ripresa è più palpabile, il tessuto delle imprese non abbia seguito la pista tracciata a destra, preferendo candidati appoggiati dal Pd come a Milano, Bologna e anche Torino. O abbia gradito soggetti autonomi ma di estrazione analoga, come Carlo Calenda nella Capitale. «Nel mio circolo – svela una fonte romana vicina all’associazionismo industriale – Michetti non lo ha votato nessuno. L’imprenditoria capitolina borghese che non ama il Pd ha visto subito in Calenda l’unico che avesse un’idea condivisibile di rilancio economico e di città».

    Analogo il concetto che esprime a Milano un leader dei piccoli imprenditori, quelli più colpiti dalla pandemia nella città che, per la sua vocazione al terziario e al nuovo turismo, stata a sua volta la più penalizzata in Italia. «A Milano – dice – i problemi di tante piccole imprese non sono più in cima all’agenda del sindaco come prima del Covid. E ci sono 4,7 miliardi di Pnrr che non abbiamo ancora capito come saranno utilizzati. Alla destra chiedevamo di rimettere le imprese al centro. Ma non è stato così, non abbiamo trovato la minima competenza. Allora meglio Sala: uno che fa il «verde» europeo non per ideologia, ma per portare a casa i fondi comunitari». In altri termini le imprese non identificano Sala come un nemico del partito del Pil. E in mancanza di alternative credibili non intendono rischiare. Poco importa come si è votato nei 24 comuni della Città Metropolitana, perché le imprese del territorio si considerano indotto di Milano, che detta la linea su regole, bandi, procedure.

    La realtà è che imprenditori, grandi e piccoli, non sono, o non sono più, ideologici. Forse un tempo, quando i blocchi sociali erano più compatti, poteva funzionare. Ma nella società aperta e contemporanea non c’è spazio per gli slogan, sulle tasse o sui contratti. Non esiste un’appartenenza che garantisca il voto a destra o sinistra. Vince chi ha un progetto credibile e competente da offrire.


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