Perché, da destra, contesto il passaporto vaccinale

Set 5, 2021

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    Quando ho sentito un noto virologo da piccolo schermo dire che «il vaccino è di sinistra» ho pensato: ecco raggiunto il grado zero del pensiero politico. Neanche il Gaber di Destra sinistra era giunto, nel suo sarcasmo divinatorio, a immaginare tanto. Per forza poi l’amico del maestro Stenio Solinas, come racconta nel suo commento di ieri, gli ha chiesto allarmato se, in quanto di destra, egli non fosse contro i vaccini. E Solinas ha risposto quello che noi pensiamo, che la destra non è affatto ostile ai vaccini: basti pensare che un grande pensatore controrivoluzionario come Monaldo Leopardi fu il primo a farli diffondere, nelle Marche di inizio Ottocento. E che a spingere per le campagne vaccinali sono stati governi di destra come quello inglese, quello israeliano e anche quello di Trump, sì. Sgombrato il caso inesistente del nesso tra destra e no vax, bisognerà pur dire che la destra è molto più sensibile della attuale sinistra nel riconoscere che le misure messe in atto o promosse, dal Green pass all’obbligo vaccinale, sono discutili assai. La destra di cui parla Solinas è quella del realismo politico: e in effetti, l’uomo di destra è prima di tutto un realista. E guarda infatti con fastidio alla retorica insurrezionale dei cosiddetti no vax e anche no Green pass, intrisa di retorica sinistrorsa, a cominciare dalla invocazione alla Costituzione più bella del mondo. Pur tuttavia, in Italia come in molti paesi occidentali, c’è un pensiero di destra che teme per la deriva presa dalla gestione della pandemia – e lo troviamo sulla stampa britannica come su quella francese, su quella statunitense come su quella tedesca, Paesi in cui un pensiero di destra si è costituto in maniera più strutturata che in Italia. Ovvio che con destra intendiamo qui quella moderna e di governo, cioè i conservatori: esiste infatti una destra rivoluzionaria e anti sistema e persino una anarchica (sì), ma si tratta di fenomeni minoritari che qui ora non interessano. Ebbene i pensatori e gli intellettuali conservatori di tutti i paesi occidentali temono esattamente quello che per la sinistra è invece normale fin dalla sua origine, e che Letta ha esplicitato: «La sicurezza viene prima della libertà». Temono quella che molti editorialisti del Telegraph, il principale quotidiano conservatore inglese, chiamano «biosorveglianza», temono che attraverso il passaporto vaccinale si alterino le procedure della democrazia (ieri Paolo Gentiloni ha detto che bisogna «togliere la cittadinanza politica» ai non vaccinati), temono che si arrivi presto a forme di controllo e di «tessere di credito sociale» come in Cina, vedere ad esempio in Australia, che già ne è succube per ragioni di prossimità geografica, temono il potenziamento ulteriore di uno «Stato amministrativo» costituito da un tecno-burocrazia, sempre più intrusiva nelle vite dei cittadini e nella loro privacy. I conservatori non sono libertari o meglio pensano che libertà individuale e comunità debbano disporsi in un equilibrio corretto. La comunità però non è lo Stato o per meglio dire la sua burocrazia, che controlla e vessa gli individui. Che sostituisce il patto comunitario originale (libertà in cambio di sicurezza) con un nuovo «contratto»: se tu mi cedi il tuo corpo, io ti consento di muoverti. Sono questioni non banali, che meritano attenzione e rispetto e su cui i virologi digiuni di filosofia non hanno nulla da dire.


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