Perché una donna sceglie di stare a destra

Set 28, 2021

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    Per gentile concessione dell’editore Giubilei Regnani, pubblichiamo uno stralcio dal terzo capitolo, dedicato agli anni Ottanta, di La donna s’è destra. L’altra storia della cultura e della politica femminile italiana di Francesco Maria Del Vigo e Domenico Ferrara. Il saggio (pagg. 228, euro 17) è in libreria dal 25 settembre.

    Italia, 1988. Un anno prima della caduta del muro di Berlino, due anni prima dell’implosione dell’Unione Sovietica. Nel mondo si stava alzando un refolo di cambiamento che da lì a poco sarebbe esploso in una tempesta che avrebbe lavato via tutte le scorie dell’inizio del Novecento, ma in Italia era ancora tutto fermo: il clima per i giovani di destra era sempre quello di vent’anni prima. Tutto doveva essere conquistato, giorno per giorno, con tenacia, incoscienza e molta testardaggine. Secondo alcune, quegli anni sono stati una sorta di naja, la costruzione di un metodo – «nulla è dovuto, tutto va conquistato» – che poi utilizzeranno nel corso delle loro carriere professionali o politiche. Ma il clima di caccia alle streghe nei confronti delle donne di destra arriva, in modo meno violento ma sempre insidioso, fino agli anni Duemila. «Io non ho vissuto ovviamente gli anni di Piombo per questioni di età», racconta Chiara Colosimo, prima mi- litante di Azione Giovani e ora consigliere regionale della Regione Lazio, «ma essendo cresciuta nella sezione di Giorgia Meloni ho conosciuto i compagni. Parliamo dei primi anni del Duemila, la Garbatella è l’unico municipio di Roma con otto centri sociali, era un laboratorio politico di extraparlamentari di 75 sinistra. Io ho iniziato a scuola molto presto, subito dopo la scuola sono andata alla sezione di Garbatella e per un periodo ho fatto anche il segretario giovanile. Ero in prima linea e ci sono stati diversi episodi di violenza. Una notte siamo stati aggrediti e alcuni miei amici sono finiti al pronto soccorso. La sezione era molto attiva, quando apriva, tutti i pomeriggi si trovavano scritte sopra la serranda, il clima fino a sette-otto anni fa era molto diverso rispetto a quello che succedeva nel resto della città e delle città».

    Altri tempi, certo. Ma serpeggia sempre lo spettro dello scontro fisico, l’idea che impegnandosi attivamente in politica si debba mettere in conto anche la violenza. A quarant’anni di distanza da Acca Larenzia e dall’omicidio di Sergio Ramelli, essere di destra può essere ancora pericoloso. A questo punto non si può evitare un quesito: perché così tante donne, nel corso degli anni, hanno deciso di schierarsi a destra, di imboccare la strada più scomoda, di rischiare di essere sequestrate, insultate o più generalmente emarginate? Sicuramente hanno contribuito la forza dell’ideologia, la spericolatezza dell’età, il gusto per il rischio e un po’ di spirito da bastian contrario. Ma anche la fascinazione per le proprie radici, il peccato originale di essere germogliati nel prato sbagliato della storia del Novecento e di volerlo rivendicare con orgoglio. Il mito 76 della Repubblica Sociale e i racconti delle rappresaglie partigiane a guerra finita, il senso di vendetta per le ingiustizie che si riteneva di aver subito, contribuiscono a consolidare un mondo a parte. Una società dentro la società, che ha le sue regole, i suoi riferimenti culturali, i suoi linguaggi e le sue liturgie. Un mito che rafforza la propria identità, ma che rischia di trasformare il ghetto in una comfort zone dalla quale non è facile uscire. «La forza ce la dava il fatto di credere fortemente in qualcosa, il senso di cameratismo, ti sembrava di tradire i tuoi amici se anche tu ti fossi tirato indietro, il fatto di essere attaccati in questo modo non faceva che convincerci di più. A 20 anni hai il mondo in mano, ti senti immortale, c’è un coraggio anagrafico e un coraggio di gruppo e poi la convinzione di essere sempre più democratica a fronte dell’intolleranza insopportabile», rammenta Stefania Paternò.


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