Pietro Castellitto, le mie famiglie di prede e predatori

Un primo film, da regista, I predatori, scritto a 22 anni, “quando la carriera da attore non mi andava benissimo”. Sei anni dopo Pietro Castellitto sta vivendo una fase molto diversa: I predatori ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura di Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, sarà alla Festa del Cinema di Roma in Alice nella città e debutterà in sala con 01 il 22 ottobre. Inoltre l’attore/regista è sotto i riflettori come interprete di Francesco Totti nella serie Sky in preparazione sul campione, ‘Speravo de morì prima’ al debutto nel 2021.

“E’ un un momento po’ disorientante – commenta Pietro Castellitto -: è arrivato tutto insieme, ma l’importante è cercare di mantenere viva quella rabbia che nutre la voglia di raccontare”. Un sentimento che nel film prende la forma di una trascinante commedia nera, con tocchi surreali e sfumature noir, costruita su un cast impeccabile che comprende Massimo Popolizio, Manuela Mandracchia, Giorgio Montanini, Anita Caprioli, Giulia Petrini, Dario Cassini, Marzia Ubaldi, Vinicio Marchioni e Antonio Gerardi. Al centro del racconto i percorsi, con inaspettati incroci, fra una famiglia borghese, gli annoiati e feroci Pavone, e i popolari Vismara, armaioli fascisti tendenti al crimine.

“E’ un film in cui sono tutti prede e predatori, con le eccezioni forse dei due componenti più giovani, le due vere vittime probabilmente, Federico (interpretato dallo stesso Castellitto) e il piccolo Cesare, capace però di compiere un grave atto che probabilmente condizionerà la sua vita”. In un bailamme di personaggi tutti oltre l’orlo della frustrazione e della crisi di nervi, Federico è un giovane assistente universitario appassionato di Nietzsche che si ribella in modo plateale a quella che percepisce come l’ennesima ingiustizia: “C’è un 35% di me in Federico – dice Castellitto -. Mi ritrovo nel suo essere al confine tra gentilezza e nervosismo. Ne ho alcune idiosincrasie e una certa alienazione, ma io so mimetizzarmi meglio di lui”. Il padre di Federico, Pierpaolo, affermato medico (Popolizio) e la madre, Ludovica (Mandracchia), celebre regista in crisi creativa, si confrontano ognuno a proprio modo con ipocrisie e rabbie quotidiane. Sul lato Vismara, la forte unione famigliare è messa a rischio da una truffa di cui è vittima Ines (Ubaldi), madre di Claudio (Montanini) e Carlo (Claudio Camilli), armaioli e ‘tuttofare’ per lo zio criminale (Gerardi).

“Non è un film di redenzione politica – osserva il regista -. Mostrare i Vismara più uniti della famiglia borghese è anche una provocazione. Li racconto come un gruppo molto colorato che affronta un disagio e si tiene in vita”. Nella storia “la speranza è nella ricerca della libertà più che in quella della felicità, che è un sentimento più da impiegati”. Castellitto risponde con un sorriso quando viene sottolineata l’originalità della sua messa in scena: “In Italia i film dei giovani autori si assomigliano un po’ tutti, la soglia oltre cui un prodotto diventa originale non è altissima. Volevo anche superare poi alcuni pregiudizi, come usare sempre gli stessi attori o certe regole tecniche che sembrano inamovibili e non lo sono”.

Non manca infatti un po’ di ironia sul cinema italiano, con tanto di David di Donatello, usato per infrangere un salvadanaio: “Era uno di quelli vinti da Domenico (Procacci, il produttore con Laura Paolucci del film per Fandango insieme a Rai Cinema)… s’è pure rotto, ma ne ha tanti” scherza il regista. Il primo a leggere la sceneggiatura è stato il padre di Pietro, Sergio Castellitto: “Alla fine era felice e sollevato – racconta sorridendo – aveva temuto fosse brutta”.


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