Poche e mal rappresentate, le donne nella cultura in Italia

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– Nessuna direttrice nei Teatri stabili. Pochissime scienziate o letterate nei libri di scuola.  Quasi esclusivamente coreografi uomini nel mondo della danza. E ancora, solo il 19% di registe in tutto l’audiovisivo nel 2021 e il 23% di sceneggiatrici. Sono alcuni dei dati immortalati dal primo Rapporto annuale dell’Osservatorio sulla parità di genere in Italia del ministero della Cultura, presentato oggi a un anno dal suo insediamento e in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre. Un’esperienza inedita nel nostro Paese che, come racconta la coordinatrice dell’Osservatorio Celeste Costantino, “è stata mutuata dal modello francese, unico altro esempio in Europa”.
    Una raccolta di esperienze, testimonianze e dati che traccia una descrizione della presenza femminile nel mondo della cultura e delle arti indicando punti di criticità e potenzialità e che nel 2022 contiene un focus sul mondo dell’audiovisivo. Obiettivo, contribuire a colmare il gender gap nel mondo della cultura. “In tutto sono state realizzate 20 audizioni, anche a personalità come l’étoile Eleonora Abbagnato o la presidente della Rai Marinella Soldi – prosegue Costantino -. Abbiamo avuto anche alcuni momenti dolorosi. Nella mappatura di statue e monumenti, non solo abbiamo contato pochissimi ritratti di donne, ma quasi sempre sessualizzate, anche laddove non ce n’è davvero bisogno. Come per le giornaliste Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, ritratte più giovani e con il seno scoperto”.
    I dati raccontano poi che nel 2020 erano donne appena il 18% dei registi di documentari, valore che scende all’11% nella produzione di film. “A memoria non ricordo neanche una donna a dirigere un film italiano a budget sopra i 15 milioni di euro”, commenta il direttore della Direzione generale Cinema e audiovisivo del Mic Nicola Borrelli. La proporzione si inverte invece in settori come i costumi (82% di donne nel 2021) o nel trucco (73%). “E le categorie dove la percentuale femminile sale – aggiunge – sono quelle dove si riduce il gender gap contributivo”. Tanta assenza “è anche una perdita in termine di box office e fette di pubblico”. Non va meglio in tv. Dal monitoraggio Rai emerge che la presenza femminile raggiunge il 40% solo nei programmi di intrattenimento e nelle fiction, mentre si ferma al 15,8% nei programmi sportivi. Nelle fiction, poi, su 100 ruoli narrativi centrali o rilevanti, solo il 38,2% è ricoperto da donne, con forte squilibrio a seconda delle età: nella fascia 50-64 anni solo il 28,7% dei personaggi sono donne, mentre il 71,1% sono uomini. Le donne sono raccontate nei ruoli “tradizionali” (nella “cura della casa” il rapporto è 14.8 contro 85.2) e sottorappresentate in quelli più a dominanza maschile, come l’ingegnere o l’imprenditore. Ma perfino nella sanità o nella scuola, dove invece in Italia la presenza femminile è altissima, si vedono quasi esclusivamente uomini. “Il nostro ministero – racconta la sottosegretaria al Mic Lucia Borgonzoni – ha una forte presenza femminile anche in fasce apicali e più della Francia. Il nostro compito è far sì che si parli, anche nei libri di scuola, di donne come la scienziata Laura Bassi o la storica dell’arte Palma Bucarelli.
    Non in quanto donne, ma in quanto donne che hanno fatto la Storia”. “La verità è che prima il mondo era senza di noi – commenta la regista Cristina Comencini, tra i componenti dell’Osservatorio -. Stiamo facendo una rivoluzione, cercando di entrare come massa critica in tutti i settori dell’umano. Con la nostra differenza. Non vogliamo essere come gli uomini, ma contare quanto gli uomini”.
   


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