• “Programma importante e ambizioso”. La sfida delle riforme del governo Meloni

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    Riforme in campo fiscale, svolta costituzionale, futuro del lavoro: molte le sfide che il governo Meloni deve affrontare dopo aver incassato il via libera alla manovra di bilancio. Ne parliamo oggi con Federico Iadicicco, imprenditore e saggista, nato a Roma nel 1974, ricopre il ruolo di presidente nazionale della Associazione per l’Industria ed il Terziario (Anpit) dal 2014. Dialogando con IlGiornale.it Iadicicco indica le priorità che ritiene importanti affrontare nell’agenda politica in questo 2023 cruciale.

    Come valuta i primi passi del governo Meloni sulla manovra e le riforme avviate?

    “Da un Presidente del Consiglio da poco in carica e da un Governo appena insediato non ci si poteva attendere nulla di stravolgente sul piano della manovra finanziaria. Tenuto conto dello scenario dettato dalla crisi energetica, che ha imposto due terzi delle risorse fossero utilizzate in quell’ambito per calmierare i costi sostenuti da famiglie e imprese, il giudizio complessivo sulla manovra non può che essere positivo. Il programma delle riforme annunciato dal Governo è importante ed ambizioso, attendiamo però di conoscere il dettaglio delle riforme fiscali, istituzionali e delle pensioni che sembrano essere prioritarie nell’agenda di governativa per poter esprimere un giudizio nel merito. Riteniamo sicuramente positiva la volontà di aprirsi ad un confronto con la pluralità delle parti sociali”.

    Incassata la Legge di Bilancio, il 2023 apre diverse sfide e opportunità. Sul fronte della riforma del lavoro, come ritiene sia stato avviato il percorso col taglio del cuneo fiscale?

    “Per quanto riguarda il taglio del cuneo il Governo ha operato in continuità con l‘esecutivo precedente, un intervento utile, ma temporaneo, che può essere però solo la precondizione per un lavoro di natura strutturata che vada nella direzione di una riforma delle pensioni e dell’Irpef”.

    La riforma fiscale allo studio del governo Meloni potrebbe ridurre le aliquote Irpef da quattro a tre. Come giudica questa mossa?

    “Già nel volume ‘Italia Futura’ – pubblicato dall’Anpit in collaborazione con il centro studi ‘Articolo 46’ – ragionavamo dell’ipotesi di andare verso la riduzione degli scaglioni e di un taglio delle aliquote fiscali, in modo tale da ridurre progressivamente il carico fiscale. Riteniamo la tassazione sulle famiglie troppo alta e una sua riduzione strutturale creerebbe le condizioni per generare un volano economico poiché se si aumenta il reddito disponibile ci sono le precondizioni per una crescita del Paese”.

    Il reddito di cittadinanza è invece in via di dismissione. Come sostituirlo coniugando la difesa dei fragili e la tutela occupazionale?

    “I tempi sono maturi per passare ad un sistema universale nei campi dell’assistenza sociale, dei trattamenti d’integrazione salariale e dell’assicurazione sociale per chi perde il posto di lavoro. L’intervento potrebbe essere fatto in tre direzioni: un unico strumento di lotta alla povertà che superi il Reddito di Cittadinanza in modo da garantire però la copertura delle parti più fragili e deboli della popolazione, ovvero quelle che non sono in grado di trovare un’occupazione. Gli altri, un ammortizzatore sociale universale in costanza di un rapporto di lavoro e un ammortizzatore sociale universale in assenza di un rapporto di lavoro, entrambi legati a un rafforzamento delle politiche attive e alla formazione per riqualificare il personale”.

    Sul fronte di politica economica, quali dovrebbero essere, sugli altri fronti, le priorità?

    “È prioritario ridurre la pressione fiscale sulle imprese: il Total Tax Rate, ossia la tassazione complessiva sulle aziende italiane, supera il 64% ed è il più alto d’Europa mentre le operazioni speculative subiscono un trattamento fiscale più basso. Anche in questo caso si potrebbe lavorare a una riforma che preveda nel breve periodo di inserire il costo del lavoro nel calcolo dell’Irap, detassare completamente gli utili non distribuiti e reinvestiti per arrivare nel medio periodo ad abolire l’Irap, a dimezzare l’Ires e a tassare, sommandolo al reddito personale, il solo utile distribuito. A completamento del ragionamento rilanciamo l’idea avanzata dal Presidente della Consob, Savona, volta ad indirizzare il risparmio verso il capitale di rischio delle Pmi. La proposta è quella di prestare la garanzia statale non solo sul capitale di credito delle imprese bensì anche sul capitale di rischio, nel tentativo di superare l’atavica sottocapitalizzazione delle nostre imprese. Un ulteriore intervento volto a favorire la capitalizzazione e gli investimenti potrebbe essere un ‘credito fiscale’ equivalente all’imposta sugli utili distribuiti nel caso questi ultimi venissero reinvestiti in capitale di rischio”.

    Sul fronte delle riforme istituzionali, invece, il governo Meloni e la maggioranza spingono su autonomia e presidenzialismo. Quale riforma ritiene prioritaria?

    “La riforma dell’assetto istituzionale va immaginata, tarata e costruita guardando alla complessità del sistema istituzionale del Paese. Guardare quindi da una parte alla governabilità, e dall’altra al giusto rapporto tra le istituzioni territoriali e il governo centrale. Nutro qualche scetticismo circa l’autonomia differenziata perchè ritengo che il quadro dell’organizzazione dei nostri enti locali debba essere fatto in modo coerente e omogeneo. Ritengo urgente ridisegnare il ruolo delle provincie riconsegnandole al suffragio universale e immaginando per loro il trasferimento da parte delle Regioni buona parte delle competenze amministrative, in modo tale che ci sia un giusto rapporto tra un soggetto che legifera e controlla, e un altro soggetto attuatore cioè le provincie e le città metropolitane. Per quanto riguarda il presidenzialismo vedo con interesse l’elezione diretta del Presidente del Consiglio mantenendo così un ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica. Impostazione mediana che potrebbe trovare una larga convergenza nel Paese, l’importante però è fare una riforma che garantisca la governabilità: chi vince le elezioni deve poter governare 5 anni e poi essere giudicato dagli elettori per poi veder riconfermata o bocciata la propria attività, esattamente come accade per i sindaci e i presidenti di regione”.

    Prima delle elezioni si parlava di una “Bicamerale” per le riforme costituzionali. Si tratta di un’ipotesi percorribile? Nell’opposizione può trovare sponda?

    “La via maestra per riformare le Istituzioni è quella della convocazione di un’Assemblea Costituente per le sole riforme istituzionali. Inoltre, si può anche percorrere la via ordinaria prevista dall’Art. 138, ma la Bicamerale dà maggiori garanzie di successo perché prevede un più ampio coinvolgimento di tutte le forze parlamentari”.


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