• Promesse e patti. Ma le norme attuali penalizzano l’Italia

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    «Una politica migratoria europea lungimirante e globale, fondata sulla solidarietà, rappresenta un obiettivo fondamentale per l’Unione europea. La politica in materia di immigrazione punta a stabilire un approccio equilibrato per affrontare l’immigrazione sia regolare che irregolare». Questo si legge sul sito web dell’Europarlamento riguardo le politiche di immigrazione. Parole che stonano con una realtà dei fatti sotto gli occhi di tutti e che vede l’Italia in condizione di svantaggio evidente rispetto ai partner europei. Una situazione inevitabile, dovuta a norme obsolete superate soltanto sulla carta.

    A governare la gestione degli arrivi, degli sbarchi e delle ricollocazione dei migranti che arrivano in Europa è infatti ancora il Trattato di Dublino del 2003, secondo cui la competenza a esaminare la domanda di asilo deve ricadere su quello Stato che ha svolto un ruolo più significativo in relazione all’ingresso del richiedente nel territorio dell’Ue. Ovvero, lo Stato in cui il migrante arriva. Ovvero, vista la collocazione geografica del nostro Paese, nella maggioranza dei casi proprio l’Italia. Le richieste di modifica e revisione del Trattato, sono miseramente fallite negli anni a causa delle ovvie opposizioni di quei Paesi in cui, evidentemente, non può sbarcare nessuno e che altro non fanno che il loro interesse. Al di là degli sbandierati principi di solidarietà. Eppure il 23 settembre del 2020 a Malta, l’Europa ha partorito un «Nuovo Patto sulla migrazione e sull’asilo», con l’intenzione di richiamare principi di solidarietà e di equa condivisione degli oneri e promuovere una governance che renda la gestione degli arrivi più proporzionata, efficiente e sostenibile. «Il nuovo patto riconosce che nessuno Stato membro dovrebbe accollarsi una responsabilità sproporzionata e che tutti gli Stati membri dovrebbero contribuire alla solidarietà su base costante». Tutto risolto? Neanche a per idea.

    Il concetto di «solidarietà» infatti rimane estremamente vago e lascia troppa discrezionalità agli Stati lasciando di fatto intatta la norma del «primo ingresso». I tanto decantati «contributi di solidarietà» infatti restano su base volontaria: ogni Stato può decidere in autonomia in quale misura ripartire il proprio impegno, scegliendo tra la ricollocazione dei richiedenti o la sponsorizzazione dei rimpatri, tralasciando quindi il punto fondamentale della distribuzione obbligatoria dei migranti una volta sbarcati. Allo stato attuale quindi, risultano penalizzati, se non abbandonati dall’Europa, i Paesi di frontiera o di primo arrivo come l’Italia, costretti a gestire un numero enorme di richieste di asilo con l’inevitabile conseguenza di un sistema di accoglienza destinato al collasso. Altro che unità europea: un liberi tutti che sa tanto di tutti contro tutti.


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